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7 giugno 2016|non in elenco|

21 Novembre: buona festa della Madonna della Salute

Da più di tre secoli i pellegrini che giungono alla Basilica della Salute venerano l’immagine della Madonna posta al centro dell’altare maggiore. Essa è giunta dall’isola di Candia il 26 febbraio 1670 portata dal doge Morosini. Il 21 novembre dello stesso anno essa venne collocata nelle nicchia dell’altare. I candiotti la chiamavano Madonna di san Tito, perché ritenevano che fosse stata dipinta da san Luca che poi l’avrebbe donata al loro primo vescovo. Veniva chiamata anche Mesopanditissa che significa mediatrice di pace perché dinanzi alla sua immagine i veneziani e i candiotti, nel 1264, avevano posti fine alla guerra che li aveva visti coinvolti per un sessantennio. Il suo appellativo forse deriva anche dal giorno in cui essa veniva festeggiata, giorno che cadeva a metà tra il Natale e la Presentazione del Signore, chiamata dai greci festa dell’Ipapante cioè festa dell’incontro con Cristo. Con Maria, la “Ipapantissa”, ci si incontrava prima, per essere poi guidati da Lei a incontrarsi con Cristo.
A Venezia tale immagine della Vergine viene chiamata Madonna della Salute perché da lei i veneziani riconobbero di aver ricevuto in dono la salute nella guarigione dalla peste e la salvezza che solo il Salvatore, figlio suo, è capace di elargire. Così ricorda anche l’iscrizione incisa nel tondo al centro della Basilica: “Unde origo inde salus”-da Maria nacque Venezia, da Maria venne la salvezza.
L’icona della Mesopanditissa conquista per il suo volto ombrato e dolce che come Madre accoglie i suoi figli fedeli alla sua presenza. Essa tiene in braccio il Figlio di Dio e lo porge all’umanità pellegrina. La Madre dona il Figlio, il Salvatore e colui che offre la salvezza. Il Bambino Gesù tiene in una mano il rotolo della Rivelazione e con l’altra benedice: egli è il Verbo, la Parola di Dio che è fonte di benedizione per quanti con fede lo accolgono.

La Storia

La festa della Madonna della Salute è una festa religiosa istituita dalla Repubblica Veneta nel 1630 e osservata solennemente in tutto il territorio della Serenissima fino alla sua caduta. Ha luogo il 21 novembre e ancor oggi si celebra spontaneamente nella città di Venezia, a Trieste e in moltissime città e paesi dell’antica Repubblica, nell’Italia, in Istria e in Dalmazia. La Serenissima infatti, per permettere alle popolazioni distanti dalla Capitale di osservare la Festa, favorì la costruzione in tutta la Repubblica di santuari dedicati alla Madonna della Salute, che sono a tutt’oggi numerosissimi, anche in piccoli paesi, e molti di questi santuari sono ancor oggi, come a Venezia, meta di pellegrinaggi il 21 novembre. A Venezia il pellegrinaggio ha come meta la basilica di Santa Maria della Salute. Durante tutta la giornata, nella basilica, tenuta aperta senza interruzione, vengono celebrate in continuazione messe e rosari, con un afflusso continuo di fedeli. Per facilitare il pellegrinaggio, viene eretto sul Canal Grande un ponte provvisorio in legno che collega la punta della Dogana con Santa Maria del Giglio. Nella città di Venezia il 21 novembre è ancor oggi giorno festivo anche agli effetti civili, grazie ad una fortuita coincidenza: il giorno del Santo Patrono di Venezia, San Marco, cade il 25 aprile, in cui la Repubblica Italiana celebra la Liberazione. In questi casi la legge consente che il Comune scelga un altro giorno per usufruire della festività patronale, e il Comune di Venezia ha scelto il giorno della Madonna della Salute.

Le Origini

La ricorrenza trae origine dalla grande epidemia di peste bubbonica che colpì tutto il nord Italia tra il 1630 e il 1631. Si tratta della stessa epidemia descritta anche da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi.

Il contagio si estese a Venezia in seguito all’arrivo di alcuni ambasciatori di Mantova, città già particolarmente colpita dall’epidemia, inviati a chiedere aiuti alla Repubblica di Venezia. Gli ambasciatori furono alloggiati in quarantena nell’isola di San Servolo ma nonostante questa precauzione alcune maestranze entrate in contatto con gli ospiti subirono il contagio e diffusero il morbo nell’area cittadina. L’epidemia fu particolarmente virulenta: nel giro di poche settimane l’intera città venne colpita, con pesanti perdite tra gli abitanti e ne furono vittime lo stesso doge Nicolò Contarini e il patriarca Giovanni Tiepolo.

Nel momento culminante dell’epidemia, in assenza di altre soluzioni, il governo della Repubblica organizzò una processione di preghiera alla Madonna, a cui partecipò per tre giorni e per tre notti tutta la popolazione superstite. Il 22 ottobre 1630 il doge fece voto solenne di erigere un tempio votivo particolarmente grandioso e solenne se la città fosse sopravvissuta al morbo.

Poche settimane dopo la processione, l’epidemia subì prima un brusco rallentamento per poi lentamente regredire fino a estinguersi definitivamente nel novembre 1631. Il bilancio finale fu stimato in quasi 47.000 morti nel solo territorio cittadino (oltre un quarto della popolazione) e quasi 100.000 nel territorio del Dogado. Il governo decretò allora di ripetere ogni anno, in segno di ringraziamento, la processione in onore della Madonna denominata da allora della “Salute”.

Il governo della Repubblica mantenne fede al voto, individuando nell’area della Dogana da Mar, oggetto di recenti demolizioni, la meta del pellegrinaggio nonché la sede del nuovo tempio votivo e indicendo subito il concorso per la costruzione della nuova chiesa. Il primo pellegrinaggio di ringraziamento avvenne il 28 novembre 1631, subito dopo la fine dell’epidemia.

Il concorso venne vinto da Baldassare Longhena con il suo progetto di un tempio barocco a struttura ottagonale sormontato da un’imponente cupola, ovvero l’attuale basilica di Santa Maria della Salute, che fu consacrata il 21 novembre 1687.

La ricorrenza è particolarmente sentita dalla popolazione veneziana. È tradizione, nel giorno della festa della Salute, consumare una pietanza a base di carne, la cosiddetta “castradina”.

Fonte: internet e Wikipedia

Online il nuovo sito dedicato ai veneti del Pacifico

 

“Veneti del Pacifico, crescere in rete”

In preparazione delle cerimonie per i 500 anni dalla prima circumnavigazione del globo alla quale Antonio Pigafetta prese parte insieme a Magellano tra il 1519 ed il 1522, i Veneti del Pacifico vogliono omaggiare con il sito www.venetielpacifico.org i primi e veri scopritori dei loro paesi. Il progetto “Veneti del Pacifico, crescere in rete”, realizzato dall’Associazione Veneti nel Mondo e co-finanziato dall’Assessorato ai Flussi Migratori della Regione del Veneto, nasce e si sviluppa con il supporto delle associazioni venete del Pacifico, del Cile e del Perù che sentono il bisogno di sentirsi vicine e di essere parte, insieme, di qualcosa grande che possa far rivivere le loro origini.

Il sito www.venetidelpacifico.org prevede la condivisone delle storie e delle biografie delle famiglie venete che vivono in Cile e Perù. Storie di persone che credono nella loro cultura e nelle loro tradizioni. Persone legate in modo indissolubile alla loro terra di origine, il Veneto. E se le “radici profonde non gelano”, come afferma il motto dell’associazione Veneti nel Mondo, vogliamo mantenerle vive, sentirle vicine e cercare di capire un po’ di più questo mondo. Un mondo fatto di ricordi, di canti, di tradizioni e di condivisione.

Le biografie dei Veneti in Perù ed in Cile inizialmente tratte dai libri “Destinazione Perù” e “Destinazione Cile” di Flavia Colle e Aldo Rozzi Marin, realizzate qualche anno fa dall’Associazione Veneti nel Mondo in collaborazione con la Regione del Veneto, l’Associazione Veneta in Cile, l’Associazione Imprenditori Veneti in Cile e l’Associazione Veneti nel Mondo Perù.

Chiediamo a tutti i Veneti residenti in Perù ed in Cile di inviare la propria storia/biografia famigliare all’indirizzo e-mail: cbcpigafetta@venetinelmondo.org.

 

Il sito è consultabile cliccando sul seguente link: http://www.venetidelpacifico.org/

Video di presentazione del sito: https://www.youtube.com/watch?v=XowO7slErgU

 

 

 

 

30 ottobre 2017|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, Attualità|

“Più che l’autonomia, ha vinto San Marco”

“Veneti&Veneti” è un portale di informazione di carattere prettamente culturale, che si rivolge a tutti quei veneti interessati a conoscere la propria storia, lingua e identità.  Solitamente non pubblichiamo su questo sito interventi di carattere politico ma riteniamo interessante – a qualche giorno dall’esito quasi plebiscitario del Referendum sull’autonomia del Veneto – proporvi qui un’analisi di Stefano Lorenzetto pubblicata su “La Verità”.

Il 22 ottobre “ha vinto San Marco!”

Buona lettura…

Davide Guiotto

 

Non ha vinto l’autonomia. Ha vinto la Serenissima. È un’altra cosa. Mai il referendum avrebbe potuto assumere in Lombardia lo spessore plebiscitario registrato in Veneto. Che cos’hanno a che vedere le valli orobiche e camune con Milano? Niente. E infatti le percentuali dei votanti lombardi differiscono nettamente da quelle, ridotte a valori omeopatici, degli elettori ambrosiani. I quali sono rappresentati da un sindaco, Giuseppe Sala, che ha preferito snobbare la consultazione e svegliarsi sotto il cielo di Parigi, al contrario del governatore Luca Zaia, che alle 7 meno un quarto, mentre faceva ancora buio, si è presentato al seggio del suo paesello per dare il buon esempio.
Il Veneto intero ha invece tutto a che vedere con Venezia. La città di San Marco è sua madre. Lo stesso dicasi di Bergamo e Brescia, i cui centri storici ancora traboccano di leoni marciani scolpiti nella pietra. Fino al 1797, fino all’Adda, era Repubblica veneta. La più longeva che sia mai esistita. Motto ufficiale: “Viva San Marco!”. Durata 1100 anni. Affogata nel sangue da un ladrone il cui nome faceva rima con Napoleone, saccheggiatore di opere d’arte (dalle Nozze di Cana del Veronese alla Cena in Emmaus del Tiziano, fatevi un giro al Louvre) e di molto altro (40 milioni di lire oro dell’epoca, depositate nella Zecca della Serenissima, pari, al valore di oggi, alla metà del debito pubblico italiano).
Se non siete mai approdati a Venezia dalla parte giusta, dal mare, dalla bocca di porto di San Nicoletto, e non vi ha preso uno struggimento, un magone, un’inspiegabile voglia di piangere vedendo in lontananza il campanile di San Marco e il Palazzo Ducale che brillano nell’oro del tramonto, lasciate perdere queste righe: non fanno per voi.

Chi non conosce la storia, non può capire il presente. Alle 23 dell’altrieri, a 220 anni dalla caduta della Serenissima per mano del Bonaparte, è venuto giù il muro dell’inganno. Le vite dei popoli, quando si fondano sull’imbroglio, prima o poi si scollano. È un’annessione al contrario, quella celebrata domenica, simmetrica persino nella data rispetto alla colossale frode perpetrata con il plebiscito del 21-22 ottobre 1866, imbastito in una decina di giorni, che consentì l’annessione del Veneto all’Italia savoiarda e che si concluse con 641.758 sì e appena 69 no su una popolazione censita di 2.603.009 abitanti, un raggiro da Stato libero di Bananas che oggi provocherebbe l’intervento dell’Onu. Un esempio della segretezza del voto di allora? A Malo (Vicenza) furono predisposte schede di due diversi colori, per il Sì e per No.
Solo un lombardo poteva cannare in pieno una previsione sui veneti. Si chiama Giuseppe Turani, veterano dei giornalisti economici. Qualche settimana fa mi sono già occupato su questo giornale
dell’ex grande firma di Repubblica e Corriere della Sera, attualmente direttore del mensile Uomini & Business. L’ho fatto dopo che aveva dato dell’idiota a Zaia. Il governatore s’era permesso di varare una legge regionale che impone l’obbligo di esporre negli uffici pubblici il vessillo con il leone di San Marco. “Bellissima bandiera, ma uscita da tempo dal cuore dei veneti e di chiunque altro”, ha sentenziato Turani. Mavalà, baùscia, ho subito pensato dentro di me. E mi sono lanciato nella seguente previsione sulla Verità, suggeritami dal mio cuor di veneto: “So che cosa batte nel nostro petto e prevedo che Turani ne avrà una conferma all’indomani del referendum consultivo sull’autonomia, indetto dalla Regione per il prossimo 22 ottobre”.
Pronostico non facile. Eppure da mesi presentivo come sarebbe finita. Ho avuto la sicurezza definitiva che non avrei perso la scommessa alle 14 di domenica, quando, scavalcando la collina che dalla Valpolicella porta alla Valpantena, dove abito, poco sotto il Capitello di Fiamene, nel punto esatto in cui da anni la strada si biforca in una deviazione provvisoria per aggirare una frana, ho visto garrire al vento, piantata in mezzo a un campo, la bandiera con il leone raffigurante l’evangelista Marco, fiammante di rosso e di giallo. Era infradiciata dalla pioggia. Mi è sembrato un buon auspicio: lavacro in arrivo.
Provo sincera compassione per Turani, lombardo di Pavia, da una vita milanese d’adozione. Io capisco benissimo quelli come lui che domenica scorsa non sono accorsi in massa ai seggi. In quale simbolo potevano identificarsi, poveretti? Nel Biscione dei Visconti, divenuto la griffe delle tv di Silvio Berlusconi? Ma chi mai sognerebbe di giurare fedeltà a un serpente sinuoso che ingoia un bambino, oggi svilito a logo commerciale, invece che a un leone alato la cui zampa poggia con saldezza sul Vangelo?
Per un veneto Milano è la non appartenenza, l’alterità, l’estraneità, e infatti i confini della Serenissima si fermavano appena oltre Bergamo, con l’eccezione di Crema, che vi rientrava. Di qui il suo misoneismo, il suo sentirsi sempre e comunque un provinciale fuori posto, il suo disagio sociale che talvolta sfocia nella vergogna: per la sua lingua (léngoa) che gli altri percepiscono come dialetto, per le parole prive di doppie, per la cadenza cantilenante. Eppure sono tutti valori che saremmo disposti a pagare con il sangue, pur di non rinunziarvi.
Mi ha perciò molto stupito l’atteggiamento di due veneti molto intelligenti, che ho avuto occasione di frequentare e di apprezzare per la raffinatezza delle loro analisi, Luciano Benetton e Matteo Marzotto. I quali non sono minimamente riusciti a percepire quale treno si fosse messo in moto nel territorio da cui originano le rispettive fortune. Benetton ha bollato il referendum come “una stupidaggine”, dando con ciò implicitamente e in anticipo degli imbecilli alla maggioranza dei conterranei (compresi i suoi dipendenti) che hanno espresso il Sì all’autonomia. È incredibile che un uomo nato nel 1935 in una terra dove i contadini mangiavano le pantegane arrosto, che mi disse di voler morire in ufficio piuttosto che in barca e che mi confessò le sue ataviche paure (“Ancora adesso, davanti a un vassoio di paste, non scelgo quella che mi piace di più, ma la più grossa, come da bambino, quando bisognava badare soprattutto a riempirsi la pancia”), oggi non sia capace di sintonizzarsi con ciò che sta appena sopra l’intestino: il precordio dei suoi fratelli. Forse ha fatto troppi soldi e non riesce più a capire le ragioni del cuore e di chi arranca per arrivare alla fine del mese.
La stessa incapacità l’ho colta nel commento al voto che Matteo Marzotto ha elargito ieri al Corriere della Sera: “Un ticket elettorale da sventolare, una cosa generica…”. Forse ha dimenticato i comandamenti che suo nonno, il leggendario patriarca Gaetano Marzotto, dettò a braccio ai dipendenti il 28 agosto 1954, lasciando le redini del lanificio di Valdagno al figlio Giannino: “Scarpe bone, bel vestito, vitto sano, vin sincero, bele case… Svaghi onesti, la fameia, i tosi, i veci, fede in Dio, mutuo rispeto, pace e bona volontà. Lavorar con atension, con impegno, in dignità. Buon guadagno e cuor contento, vita agiata, ma el risparmio xe sempre necesario par formar la proprietà. Sempre usar moderasion, toleranti co’ la zente, boni amissi solidali nela gioia e nel dolor. Andar drio par la so strada, no’ far ciàcole par niente, no’ badarghe ai fanfaroni, ai busiàri, ai mestatori. Sempre pronti ai so doveri, far valer i so diriti, e difender tutti uniti patria, vita e libertà”. Non è forse questo, Matteo, che i veneti come te e come me hanno fatto valere domenica? I nostri diritti. Te la vuoi prendere anche con tuo nonno, adesso?

Lascio volentieri ai politologi di professione il compito di spiegare i motivi per cui i veneti hanno votato come hanno votato e quali siano gli scenari che questa consultazione un po’ bulgara dischiude. L’unica parola la spenderò per un uomo pubblico al quale nel 2012, su richiesta di Marsilio editori, dedicai un libro, La versione di Tosi. Mi feci guidare dalla curiosità: Flavio Tosi, all’epoca efficiente sindaco di Verona, vive in una villetta a fianco del cimitero dove un giorno sarò sepolto. La prospettiva di ritrovarmelo come dirimpettaio per l’eternità rendeva doverosa un’investigazione per capire chi avrei avuto per vicino.
Poi, impegnatissimo a costruirsi una carriera e a esportare in Calabria il movimento Fare! (fare che cosa? non si sa), Tosi ha perso di vista la sua città e cosi i veronesi gli hanno sfilato la carega sulla quale era acculato da dieci anni. Non pago, anche in occasione del referendum ha dimostrato di non tenere in alcun conto i suoi azionisti di riferimento, cioè gli elettori veneti. Pessimo esempio per chi ambirebbe addirittura a candidarsi alla guida dell’Italia come premier.
Tosi è riuscito a completare la propria dissipazione politica cominciata con il rovinoso insuccesso del giugno scorso, quando pretendeva d’imporre come nuovo sindaco la morosa Patrizia Bisinella, senatrice di Fare!, non avendo egli ottenuto la possibilità di candidarsi per quel terzo mandato che forse Matteo Renzi, ma non Paolo Gentiloni, gli aveva promesso in cambio del sostegno al governo di centrosinistra in Parlamento. Anziché cercare di recuperare il terreno perduto, impegnandosi nella campagna elettorale per il Sì, fino all’ultimo giorno Tosi ha preferito predicare sui giornali che l’autonomia promessa da Zaia, suo acerrimo nemico, era un’impostura, uno specchietto per le allodole. Purtroppo per lui, le allodole hanno cantato in coro lasciando a Tosi il ruolo del tordo.
Anzi, per la verità qualcosa di davvero epocale, alla vigilia del voto, l’ex sindaco di Verona è riuscito a dirla a Radio 1: ha promesso che entro l’anno sposerà Patrizia Bisinella. A me, nel libro, giurò che con Stefania Villanova, la vicentina che sei anni prima aveva chiesto e ottenuto l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota per poterlo sposare in chiesa, stava pensando di fare un figlio, se non altro perché la signora andava per i 44 anni. Invece che da un battesimo, la promessa fu coronata da un divorzio. Questa è l’attendibilità del personaggio. Quanto all’annuncio delle nozze imminenti con la Bisinella, lo ha dato a Un giorno da pecora. Non era meglio un giorno da leone?

Ora cercheranno di convincervi che i veneti hanno votato così perché pensano solo alla loro pancia, al loro portafoglio. Io invece vi dico tutt’altro: i veneti che mugugnano ma sgobbano, che protestano contro la rapacità dello Stato ma pagano le tasse, che sognano l’indipendenza ma non si appellano mai a vallate in armi, che si mostrano sospettosi con gli stranieri ma ne accolgono più di qualsiasi altra regione d’Italia dopo la Lombardia, che non sono ancora pronti a fondere il bianco con il nero ma continuano a mandare i missionari a morire in Africa sulle orme di monsignor Daniele Comboni, che sembrano aridi ma vantano un’impressionante fioritura di opere buone, che tirano su capannoni ma si struggono di nostalgia per le ville palladiane, hanno ancora l’enorme fortuna di ricordare da quali immani sacrifici è scaturito il loro benessere e di vivere come se tutto fosse in prestito, come se l’incantesimo potesse rompersi da un momento all’altro. Ecco perché non si fidano più di Roma, che in 70 anni ha dimostrato di saperla solo sperperare, questa ricchezza.

Gli anticorpi prodotti dalla miseria sono dentro di me, in circolo nel mio stesso sangue. Se lavoro incessantemente fino alla fine provo a consolarmi con Goethe la natura mi dovrà un’altra forma di esistenza quando quella presente sarà svanita. Noi veneti siamo schiacciati dal senso di precarietà, che è poi il senso stesso della vita. “Estote parati”. Tutto va meritato, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Nulla è gratis, nulla è facile, nulla è dovuto, nulla è sicuro. Né per noi né, da oggi in avanti, per i nostri connazionali, si spera.
È questa la benedizione della povertà, il miglior immunizzante da qualsiasi illusione terrena: siamo solo di passaggio, lasceremo tutto qui, ai nostri figli, con la speranza che almeno si ricordino di noi. Una dottrina radicata nel cuore della mia gente, abbilo ben presente Resto d’Italia. Altrimenti abiterei ancora a Milano e non sarei andato a votare.

Stefano Lorenzetto, “La Verità”.

La lingua dei Catalani

Si parla molto in questo periodo di Catalogna, per gli eventi sociali e politici che stanno succedendo in quella terra. Ma dove affondano le radici e la cultura del Popolo Catalano? Come si è svolto uno dei percorsi culturali più importanti, che hanno messo le basi per una identità nazionale così forte tanto da pretendere oggi la piena indipendenza dal resto della Spagna? Parliamo della LINGUA CATALANA.

INTERVENTO DEL PROF. PATRIZIO RIGOBON, DOCENTE DI LINGUA E CULTURA CATALANA PRESSO L’UNIVERSITÀ “CA’ FOSCARI” DI VENEZIA

Questa è la trascrizione, riveduta, corretta e adeguatamente aggiornata, di un intervento in una tavola rotonda svoltasi qualche anno fa a Treviso dal titolo “Veneto, na £engoa europea”.
Durante questo incontro, organizzato dall’Associazione Veneto Nostro – Raixe Venete, si è discusso anche della lingua catalana, importante esempio di tutela e valorizzazione linguistica in Europa. Il testo risente della relazione concettuale con gli interventi che l’hanno preceduto ed a cui si fa allusione. Tali riferimenti sono stati tuttavia mantenuti.

È certamente significativo il fatto che esistano al di fuori della Catalogna, in questo caso in Italia, persone che, come chi vi parla, insegnano -e non sono proprio pochissime- una disciplina universitaria che si chiama “lingua e letteratura catalana” (per un elenco completo degli insegnamenti di questa lingua e letteratura in Italia, si veda il sito: www.filmod.unina.it/aisc , link “Il catalano in Italia”). Si tratta ovviamente di un segno che può dirci molto anche sul criterio di discriminazione tra “lingua” e “dialetto”, or ora autorevolmente trattato, distinzione che, come abbiamo visto, non esiste per un linguista, ma che di fatto è ben presente nella nostra quotidiana percezione.
Io però vorrei parlare della lingua catalana così come oggi si presenta e si può apprezzare a chiunque di voi vada a Barcellona, capitale del cosiddetto Principato, o che frequenti le spiagge della Costa Brava o delle isole Baleari.

È una lingua che ha una sua “normalizzazione”, cioè è stata disciplinata ortograficamente, secondo i criteri proposti nel 1913 dall’“Institut d’Estudis Catalans” sulla base dell’opera portata a compimento da un linguista che si chiamava Pompeu Fabra, che adottò come base dialettale il modello del catalano centrale. “Centrale” ovviamente rispetto alla geografia del Principato.

Vi dò ora alcuni dati su questa lingua e sul percorso che ha compiuto prima di attingere l’odierno livello.

Oggi essa è parlata oggi da una decina di milioni di persone: per arrivare a questa cifra, oltre agli abitanti delle aree più sopra indicate, vanno aggiunti quelli della regione valenzana (dove la lingua assume la denominazione di “valencià”), della regione storica francese del Roussillon, della città sarda di Alghero, della zona a ridosso dei confini amministrativi tra la Catalogna e l’Aragona, nota come la “franja”.
È una lingua non statale di tutto rispetto (o, meglio, il Principato di Andorra è l’unico Stato sovrano che l’abbia adottata come lingua ufficiale) che può vantare una demografia più significativa di quella di molti idiomi statali parlati nell’area dell’Unione Europea. Si tratta di una cifra di tutto rispetto se consideriamo il fatto che lingue come il neogreco, l’ungherese, il portoghese (solo ovviamente per l’area continentale), lo svedese, il danese, il finlandese, lo sloveno, il lituano, ufficiali nell’ambito dell’Unione Europea, sono parlate da un numero analogo di persone (i primi quattro stati) o addirittura notevolmente inferiore (gli ultimi quattro). Nel dato complessivo, come abbiamo detto, sono stati inclusi anche i parlanti della varietà valenzana, sulla quale c’è una diatriba che ha poco a che fare con la scienza ma più con la politica: nonostante un “dictamen” (risoluzione) dell’“Acadèmia Valenciana de la Llengua” che sancisce l’identità di valenzano e catalano, c’è ancora chi sostiene e promuove la diversità dei due idiomi. Nonostante questo passo in avanti in senso unitario, rimangono tuttavia forze politiche ostili a tale riconoscimento. Tema d’indubbio interesse che però lascerò da parte in questa sede.
Tornando a quanto stavamo illustrando poc’anzi, ribadisco come lingue che dispongono di un numero di parlanti inferiore a quello del catalano abbiano in 66 Pompeu Fabra seno all’Unione lo status di lingua ufficiale, mentre il rango di “lingua regionale” offre possibilità d’uso largamente inferiori nell’ambito delle istituzioni comunitarie. Tuttavia sono state e/o vengono adottate dalle autorità catalane, con notevole impegno, tutte le iniziative in grado di incrementare le situazioni in cui sia ufficialmente consentito utilizzare questa lingua a livello europeo.
Questo lo dico perché è importante capire quanto i catalani siano devoti al loro idioma, che è co-ufficiale entro le comunità autonome in cui si parla. Come ho detto prima, c’è stata una regolamentazione che, pur avendo forse compiuto qualche forzatura (il lavoro di Fabra, benché necessario ed elogiato, è oggi oggetto di qualche revisione critica), ha funzionato come norma sulla quale modellare i testi scritti. Di questi voglio ora parlare e della loro forma più canonica. Il libro.
In lingua catalana sono usciti nel 2005 oltre 7000 titoli. Il trend è in ascesa sia pure con qualche incognita rispetto al fatturato complessivo del settore editoriale in Catalogna , quindi la rilevanza culturale di questa lingua è notevolissima, anche in rapporto alle altre lingue statali “minoritarie” presenti in Spagna.

È interessante vedere come il trattamento giuridico sia stato uno dei momenti in cui le autorità catalane hanno esercitato pressioni attraverso tutti i canali disponibili al fine di vedere riconosciuta una presenza all’interno dell’Unione. L’ultimo atto (o almeno quello più recente) è la possibilità per ciascun individuo appartenente alla comunità autonoma catalana di rivolgersi alle istituzioni comunitarie in questa lingua e ricevere da esse una risposta nella medesima, secondo quanto sancito da un accordo che prevede anche, per i rappresentanti in Consiglio, in Parlamento e nel Comitato delle Regioni europeo di potersi esprimere, nei loro interventi nei vari organismi, in catalano, previo avviso. Il cammino che s’intende far percorrere alla lingua catalana è quello dell’uso non solo privato o “culturale”, ma pubblico e ufficiale. Quando la lingua ambisce in qualche modo a un “potere” sorgono naturalmente dei contrasti, soprattutto, nel caso del catalano, con l’idioma che fino al 1979 aveva occupato esclusivamente gli ambiti dell’ufficialità in Catalogna. Qui non posso non fare riferimento alla situazione specifica della Spagna ed alle censure e proibizioni da parte del regime franchista che hanno certamente contribuito a motivare molto fortemente la comunità e poi il Governo Catalano a perseguire il ritorno a una “normalità” compatibile con la storia e la realtà sociale catalana. Anche nel nuovo statuto d’autonomia, entrato in vigore il 9 agosto del 2006, dopo un iter assai laborioso, dibattuto e non esente da aspre polemiche, la Generalitat de Catalunya (l’istituzione dell’autogoverno) è titolare della competenza esclusiva in materia di politica linguistica relativa al catalano.

Si sono elaborati concetti quali la “disponibilità linguistica”, che riguardano l’obbligo (naturalmente graduabile a seconda dei casi) per un’amministrazione pubblica o una impresa privata di fornire una risposta nella lingua in cui ad essa ci si è rivolti; più estesamente è riferibile a una nozione di bilinguismo assolutamente perfetto (non più “concesso”) in cui ciascuno si può esprimere nell’idioma che preferisce ed ha il diritto di ottenere una risposta nella lingua che sta utilizzando, sia essa il catalano o lo spagnolo.
Un modello certamente difficile da raggiungere, la cui realizzazione può provocare tensioni e sensazioni di persecuzione in settori anche significativi della società, che comunque sta dando positivi risultati, anche per quanto riguarda la convivenza tra chi soggettivamente aderisce a una delle due comunità linguistiche.
“Il catalano è la lingua propria della Catalogna”. Questo, come abbiamo visto, è un dato di grande importanza. È il primo comma dell’articolo 6 dello statuto di autonomia catalano che, dal 9 agosto del 2006, ha sostituito il precedente testo noto anche come “Estatut de Sau” in vigore dal 1979, quattro anni dopo la morte di Franco, un anno dopo l’approvazione della Costituzione spagnola. Il catalano è “llengua d’ús normal i preferent de les administracions públiques i dels mitjans de comunicació públics de Catalunya, i és també la llengua normalment emprada com a vehicular i d’aprenentatge en l’ensenyament” e ovviamente “(…) el català és la llengua oficial de Catalunya”.
Nel secondo comma si legge ovviamente che “el castellà” è ugualmente ufficiale. Si noti come il testo statutario adotti il termine “castigliano” e non “spagnolo” (in modo diverso da come questa lingua è prevalentemente denominata nel mondo). Definizione che in parte deriva dalla Costituzione che, all’art. 3, comma primo, dice testualmente: “El castellano es la lengua española oficial del Estado”. Si desume quindi dal testo costituzionale che il castigliano non è lo spagnolo tout court, ma una delle lingue spagnole.
Il catalano però è diffuso non soltanto in Spagna: vi voglio ricordare almeno due zone nelle quali è parlato e dove anzi ha conosciuto negli ultimi anni uno sviluppo notevole, in relazione al numero di parlanti. In primo luogo si tratta del dipartimento dei Pirenei Orientali, a nord della Catalogna, nel sud della Francia, situato a ridosso delle estreme propaggini della catena montuosa ed il Mediterraneo, nella cui capitale, Perpinyà (Perpignan), la lingua catalana è discretamente diffusa.
Non è certo conosciuta ed usata come auspicabilmente ci si potrebbe attendere e tuttavia per uno Stato fortemente centralizzato, e in qualche caso anche centralista, come la Francia, si tratta di un risultato di notevole rilievo.

In secondo luogo, il catalano è anche la lingua della città sarda di Alghero. Non è una curiosità archeologica, è il retaggio di un passato, vale a dire delle conquiste basso medievali della corona catalano-aragonese in Sardegna: è una realtà linguistica che differenzia gli algheresi dal resto dei sardi.
Il fatto che esista questa specifica situazione non significa poi che si siano sviluppati dei casi di ostilità e/o insofferenza: la diversità delle lingue dovrebbe anzi suggerire maggiore tolleranza, perché chi è capace di parlarne diverse è in generale più aperto e disposto ad apprenderne anche altre in rapporto a chi magari ha una formazione rigorosamente monolingue.
Questo per descrivere la situazione del catalano che, come ho detto, non ha un’autorità statale alle spalle: c’è soltanto il Principato di Andorra che, con quasi 70.000 abitanti, costituisce certamente uno stato sovrano con il catalano come lingua ufficiale, ma rappresenta una realtà non molto più grande di San Marino, senza quindi un significativo peso internazionale. Tuttavia il governo catalano, pur essendo un’amministrazione autonoma di tipo regionale, ha messo in piedi tutta una serie di presidi per la tutela, la diffusione e la salvaguardia della propria lingua, anche all’estero.

Vi offro ora un breve excursus sulla situazione attuale del catalano. In Italia si studia in dodici università, il che non è poco, come abbiamo già potuto vedere. Ciò grazie anche al fatto che la Catalogna contribuisce in solido, pagando docenti madrelingua con dei propri stanziamenti. Ci sono poi le due emittenti televisive in lingua catalana, TV3 e Canale 33, nell’area del Principato nonché i canali regionali delle isole Baleari e della regione di València, oltre agli spazi dedicati a questa lingua dalla televisione spagnola.

Apro una parentesi sulla regione valenzana, che come voi sapete è immediatamente a sud della Catalogna: c’è una questione politica che entra pesantemente in collisione con una questione scientifica alla quale ho alluso prima. Che il valenzano ed il catalano siano la stessa lingua non lo dubita nemmeno l’Acadèmia Valenciana de la Llengua, tuttavia esistono degli orientamenti assai significativi nella società valenzana, e di riflesso nella politica che essa esprime, che considerano la Catalogna in modo sospetto e talora apertamente avverso, per ragioni che non approfondiremo in questa sede. Si tratta di una vicenda assai complessa che, esasperando gli animi, contribuisce a radicalizzare le opinioni e le iniziative.
Tuttavia non c’è dubbio che catalano e valenzano siano un’unica lingua e che non abbia dunque senso sottrarre gli uni o gli altri al computo generale dei catalanofoni.

Dal punto di vista giuridico è interessante notare come, subito dopo la caduta del regime franchista, per ripristinare una realtà che aveva rischiato letteralmente di morire, si sono attivate numerose iniziative, un po’ come l’ebraico che è stato resuscitato, così anche il catalano, mantenuto in vita dall’uso privato e familiare, aveva bisogno di azioni che ne garantissero l’esistenza e il riconoscimento, non già nella società, da cui, anche nei momenti più bui del regime, non era mai stato abbandonato, ma nelle istituzioni.
Da questo punto di vista si trattava di una lingua morta, analogamente a quanto era ad essa accaduto nel XVIII secolo: l’avvento di Filippo V, alla fine della Guerra di Successione, aveva portato ai “Decretos de Nueva Planta” che cassavano l’uso della lingua catalana ed imponevano un’organizzazione territoriale e istituzionale modellata su quella castigliana. Dunque, al fine di dare il giusto rilievo pubblico ad un idioma mai abbandonato dai suoi parlanti, la Generalitat de Catalunya, quattro anni dopo l’entrata in vigore dello statuto del 1979, approvò una legge di normalizzazione linguistica. Nel 1986 il governo delle isole Baleari fece altrettanto.
La “Llei de normalització lingüística” del 1983 presenta un articolato piuttosto minuzioso ed un lungo preambolo che spiega, anche a chi non è esperto di diritto, perché si sia arrivati a quella determinazione.
Il testo viene quindi giustificato storicamente e motivato nelle prospettive: esso specifica tutti gli ambiti in cui, secondo lo statuto di autonomia, la lingua catalana doveva essere utilizzata, al pari naturalmente dello spagnolo. L’attuazione del dettato imponeva quindi la formazione di una classe di docenti che non c’era e impegnava le varie amministrazioni preposte a tutta una serie di adempimenti per i quali solo un ente politico può disporre e può attribuire le relative risorse.
Questa legge è rimasta in vigore per 15 anni ed ha radicalmente cambiato la situazione del catalano uscito dall’epoca della dittatura. Una visione letteraria, sia pure velata d’una sottile disapprovazione che appare per lo più ingiustificata, è offerta dal romanzo di Juan Marsé, “L’amante bilingue”, tradotto anche in italiano e pubblicato nel nostro paese nel 1993, accompagnato da un film di modesto successo, nonostante la vistosa presenza di Ornella Muti, nelle vesti dell’amante del titolo. Lo sviluppo degli strumenti telematici, la volontà di consolidare i risultati raggiunti suggerirono di sostituire il testo del 1983 con una nuova normativa, la “Legge di politica linguistica”, che entrò in vigore nel 1998, esattamente un anno prima dell’approvazione in Italia di una legge di tutela delle minoranze linguistiche. La nuova normativa lascia dei margini di discrezionalità e demanda ad un regolamento l’applicazione concreta di alcuni aspetti.

Tanto per citare un caso che suscitò grandi polemiche, essa doveva imporre alle case di distribuzione la presenza nell’area del Principato di almeno una quota del 50% di film doppiati o sottotitolati anche in lingua catalana e non solo in quella spagnola. Questa è esattamente la “normalizzazione” di una lingua: vivere in quella lingua, cioè vedere un film in cui i personaggi la parlano, andare al ristorante e leggere il menu, prendere il treno e sentire gli annunci nell’idioma proprio.
Diciamo che il catalano ormai ci è riuscito, anche se con qualche disagio da parte degli italiani, e dei turisti stranieri in generale, che a volte faticano a capire il perché di questa ulteriore complicazione della vita in Catalogna, quando nell’immaginario è chiaro che anche lì è Spagna e magari quella più ostentatamente ricca di luoghi comuni. Ciò che solo apparentemente è disagio si pone invece come motivo di ricchezza, il plurilinguismo, che dovrebbe essere elogiato da ciascuno di noi quando percorriamo quelle contrade per turismo, affari o istruzione.
Come dicevo il catalano ha ormai una sua normalità: libri, film, tv e tutto il resto. Quindi il parallelismo con il veneto, che è la lingua della nostra regione, mi sembra assolutamente incongruo.
Il rapporto che i catalani hanno con la loro lingua, almeno la relazione più recente, è assai diverso da quello che i veneti hanno con la propria. Suggerirei a questo proposito di andare a leggere i dibattiti in commissione che hanno preceduto l’approvazione delle “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” che dimostrano ancora quanti pregiudizi esistano nei confronti delle lingue “minoritarie” (o addirittura scarsa conoscenza delle questioni) in molti tra coloro che sono preposti a legiferare. L’attenzione posta dai catalani alla loro lingua come “lingua di cultura” e quindi anche “lingua alta” si è tradotta nel corso degli anni in molteplici interventi tesi a fissarne l’uso scritto ed ai quali in parte abbiamo alluso.

Oltre alle norme grafiche, in vigore dal 1913, Fabra ha elaborato grammatiche e dizionari: un lavoro i cui risultati scientifici sono ancor oggi percepibili nelle opere di una nutrita schiera di linguisti, dialettologi e storici della lingua catalani. Ricordo solo, a titolo esemplificativo, le opere di Antoni M. Badia i Margarit, Joan Veny, Joan Solà, Modest Prats, Emili Casanova e tanti altri che lavorano sul fronte della lingua, non solo in chiave “normativa” e non solo catalani, ma anche studiosi di altri paesi europei e di altre zone del dominio catalanofono.
Sono tutte piccole o grandi cose che, sommate insieme, avvicinano questo sistema linguistico a quello delle lingue “normali”, come quelle statali e ufficiali. Tutto ciò non capita per caso, ma è il frutto di una volontà che si traduce in azione.
L’altro elemento che volevo sottolineare è riferito al riconoscimento di questa lingua da parte dell’Italia nella legge del ‘99, che citavo prima. Il nostro paese, insieme alla Francia, ha sottoscritto assai tardi (2000 e 1999 rispettivamente) la “Carta europea delle lingue regionali o minoritarie” preparata dal Consiglio d’Europa, documento che, rimanendo ancora privo della necessaria ratifica, da noi non è ancora entrato in vigore. La Spagna lo ha sottoscritto invece fin dal 1992, quando venne aperto alla firma, acquisendo però vigenza legale nel paese iberico solo dal 2001. In ogni caso è stata approvata da noi questa legge il cui iter parlamentare è stato seguito con interesse anche da molti catalani.
Nei giorni precedenti la sua discussione, ho ricevuto decine di e-mail con le quali mi si invitava a girare un messaggio al sito del Senato nel quale si esortava il legislatore italiano a confermare la presenza della lingua catalana tra quelle tutelate. Cosa che a un certo punto, a seguito dei dibattiti nelle commissioni, era parsa dubbia.
Ricordo, per inciso, che il veneto non appare tra le lingue oggetto di tutela. Questo, tra le molte altre cose, dimostra anche che l’idea nazionale catalana si struttura e si basa essenzialmente sulla lingua: non si perseguono da parte dei catalani fantomatiche e pericolose differenziazioni etniche o religiose da porre sul tavolo della peculiarità identitaria. È la lingua, il modo di esprimersi che rappresenta un mondo e una memoria storica e letteraria, ad essere al centro dell’attenzione.
L’idea dei catalani non è quella, come dire?, di “noi siamo i migliori della classe”. La loro è una piccola letteratura che tuttavia vanta un percorso ed una parabola equivalenti a quella della letteratura italiana o della letteratura spagnola, sia pure con qualche soluzione di continuità. È un contributo, uno dei tanti, derivati dalla frammentazione del latino nei sistemi “volgari” che sono progressivamente diventati delle lingue: i catalani oggi fanno sicuramente moltissimo affinché anche la loro, se non proprio prosperare, possa almeno vivere decorosamente.

Arriviamo dunque al raffronto con le altre realtà regionali della Spagna, vedendone anche la oggettiva diversità. Noi abbiamo un caso che è diventato di dominio pubblico anche in Italia, soprattutto dopo il recente attentato dell’11 marzo del 2004 alla stazione di Madrid, quando si è pensato (o fatto pensare) per un momento che fosse stata l’ETA ad aver messo quelle vili e funeste bombe. L’ETA è certamente una delle espressioni del nazionalismo basco.
I baschi hanno una propria lingua, di origine non indoeuropea, molto complessa, agglutinante, che gode di una tutela pari almeno a quella del catalano, ma che costituisce solo parzialmente l’indentità basca. Questa lingua non dispone di una tradizione scritta rilevante (salvo in tempi più recenti) e solo da poco c’è stata una normalizzazione concordata in seno all’“Euskaltzaindia” (l’accademia della lingua basca).
Questo cosa ha significato? Che il basco è ovviamente molto meno parlato e molto meno utilizzato rispetto al catalano nell’ambito di sua competenza territoriale, anche se ciò non significa che non sia in fase ascendente. Il basco è poi originalmente più legato ad ambiti rurali che urbani. In questo caso dunque l’elemento identitario è assai più complesso e sovente molto più radicalizzato, qualche volta “separativo”: se non fosse così l’ETA sarebbe già sparita da tempo.

L’altro caso linguistico simile per numero di parlanti, anche se in quantità leggermente superiore rispetto al Paese Basco, è quello della Galizia, regione situata nel nord ovest della penisola iberica. La sua è una lingua pure dotata di svariate norme di tutela e vanta quasi tre milioni di parlanti: è quindi una potenza linguistica di tutto rispetto che vanta una diffusione capillare tra la popolazione. Dal punto di vista editoriale, abbiamo accennato prima agli oltre 7.000 titoli che si sono pubblicati in lingua catalana. È un dato di tutto rispetto che la rende editorialmente molto importante. A Barcellona ci sono solo poche librerie che vendono unicamente libri in catalano, nelle restanti si vendono prevalentemente libri in spagnolo. Esse sono il segno anche di una presenza qualitativa che offre cioè la percezione di una lingua non esclusivamente parlata da persone di modesta formazione culturale, come per molti aspetti era stato anche il catalano nel corso di buona parte del XIX secolo.
Ormai si pubblicano in catalano testi di filosofia, saggi, manuali scientifici di fisica e di matematica ecc., come nelle altre lingue “normali”. Esso diventa dunque strumento e veicolo di diffusione di alta cultura, che è quella che poi dà autorevolezza e rende anche socialmente prestigioso parlare questo idioma, che non costituisce più qualcosa da nascondere, come i veneti hanno fatto per molto tempo col proprio, in ambito pubblico e ufficiale.
Questo è un dato importante sul quale i catalani hanno giocato e continuano a giocare molte carte, aiutando le edizioni in lingua catalana e addirittura le traduzioni dalla lingua catalana in altre lingue, tanto da trasformarla, secondo i dati dell’UNESCO, nella ventunesima lingua in cui più si traduce e la ventitreesima più tradotta.
Questo è un dato importante: se pensiamo alle migliaia di lingue che si parlano nel mondo, ci dà un’indicazione sulla sua forza e sul consenso che la sostiene, elementi che, malgrado le molteplici difficoltà, tendono a crescere.

FONTE: il presente testo è tratto dal libro “CATALOGNA – Storia di una Nazione senza Stato” di Gianni Sartori, prodotto dall’Associazione Veneto Nostro – Raixe Venete.

10 ottobre 2017|> metti in Home Page, Autori, Categorie, Davide Guiotto, Lingua|

DOVE SI PARLA LA LINGUA VENETA?

Lingua Veneta: classificazione e diffusione

 

Il veneto è una lingua Indo-Europea, Italica, Romanza, Occidentale.

La lingua veneta è riconosciuta con codice identificativo internazionale ISO 639-3 “VEC” dall’UNESCO e classificata fra le lingue viventi nel catalogo “Ethnologue”.
Ethnologue raccoglie un l’elenco di circa 6.700 lingue parlate in 228 Stati; contiene anche un indice delle lingue organizzato secondo le famiglie e ceppi linguistici.

Si stima che la lingua veneta sia parlata da circa 3.500.000 di persone nel mondo delle quali:

– 2.109.502 nella penisola italiana (dati del 1976)

– 100.000 in Croazia e Slovenia (dati del 1994 – Tapani Salminen)

– 1.210.000 negli altri Stati del Mondo, soprattutto in Brasile.

Il veneto, come tutte le lingue, si compone di diversi dialetti/varianti, che si sono formati per conseguenza di vicende storiche e politiche, vicende umane (emigrazione ed immigrazione) e geografiche (influenze reciproche fra lingue diverse).

Di seguito vi proponiamo alcune cartine che rappresentano graficamente la diffusione e l’utilizzo della lingua veneta oggi nel mondo (realizzate da Giovanni Maistrello, che ringraziamo).

 

 

 

Per altri approfondimenti sulla Lingua Veneta visita il sito regionale: www.linguaveneta.net

3 ottobre 2017|> metti in Home Page, Autori, Categorie, Davide Guiotto, Lingua|

Abbiamo bisogno di eroi come Arturo Dell’Oro

Discorso del Console Rozzi Marin per la Cerimonia di commemorazione di Arturo Dell’Oro. Belluno, 21 settembre 2017

Con queste poche parole voglio ricordare il mio compatriota Arturo Dell’Oro.

Abbiamo necessità degli eroi? Sì certo, perché gran parte della formazione della gioventù avviene attraverso modelli che si ammirano. L’ammirazione è la chiave dell’educazione. Il ragazzo ammira sin da bambino i propri genitori e se essi falliscono si produce un senso di smarrimento. A scuola il ragazzo può ammirare i professori ed anche nel mondo del lavoro si possono incontrare persone ammirevoli…

Pensato così, il concetto di eroe va oltre alla connotazione militare, come avveniva nei primi anni dell’umanità quando gli eroi erano sempre persone vittoriose. Ma a volte dalla sconfitta si possono imparare lezioni molto più importanti che da una vittoria mal realizzata.  La sconfitta contribuisce a fortificare il temperamento. Quando tutto va bene e si procede in un accompagnato dagli applausi, si può cadere in una forma di autocompiacimento che con il tempo può trasformarsi in qualcosa di disastroso. Si ha la tentazione di “dormire sugli allori”.

La sconfitta invece esige una ricapitolazione per analizzare i motivi della caduta e per ripartire si ha bisogno di un potenziamento del proprio temperamento. Così come si tempra il metallo, questi colpi, le sconfitte, aiutano a temprare lo spirito degli uomini. Ci sono poi eroi che operano silenziosamente, persone ammirevoli  che vivono senza far rumore e che attorno non hanno nessuna aureola.

Oggi abbiamo una visione sbagliata. Cerchiamo eroi spettacolari che al massimo sono come dei lampi luminosi che si accendono come fuochi d’artificio e che poi spariscono, rimanendo oscuri.

Ricordiamoci che la parola con la quale si designa il passaggio tra la vita e la morte è “agonia”, che deriva dal greco “agon” e che esemplifica il momento della lotta, del confronto. Gli eroi si confrontavano con altri simili e si misuravano con “agon” per dimostrare la propria tempra.

Senza eroi o persone ammirevoli la formazione dei giovani va alla deriva perché ogni giovane cerca un suo modello. Se questo non è proposto dalla scuola, dalla chiesa o dalla famiglia, il giovane cerca i propri modelli altrove; questo è naturale e così vengono a crearsi gli eroi transitori, di moda.

Per avere donne e uomini veri è necessario che i giovani durante gli anni di formazione possano misurarsi e confrontarsi con gli uomini che, nel corso dei millenni, hanno reso possibile un nostro sguardo chiaro al futuro. Ricordiamo perciò quella frase del Medioevo che affermava: “Se oggi possiamo vedere così lontano, è perché non siamo altro che nani sulle spalle dei giganti”. E Arturo Dell’Oro è stato ed è un modello da seguire, un grande eroe, uno di quei giganti sui quali appoggiarci per poter vedere lontano e volare alto.”

 

Da sinistra: il Presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, Oscar de Bona, il Sindaco di Belluno, Jacopo Massaro, il Presidente di Confindustria Belluno Dolomiti, Luca Barbini, il Console Generale del Cile, Pedro Gonzalez, il Console Onorario del Cile in Vicenza e Presidente dell’Associazione Veneti nel Mondo,  Aldo Rozzi Marin.

 

 

 

 

26 settembre 2017|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, Attualità|

Arturo Dell’Oro: un grande eroe

Belluno. Lo scorso giovedì 21 settembre, in occasione del centenario dalla morte del pilota italo cileno Arturo Dell’Oro, autorità italiane e cilene ed enti culturali del territorio si sono riuniti a Belluno per commemorare e celebrare l’eroe e le sue azioni.

Numerosi gli eventi in programma volti a ricordare e celebrare l’eroe nato a Vallenar in Cile, da una famiglia italiana emigrata in America del Sud, che nei primi giorni del mese di maggio del 1915, avuto notizia dell’imminente ingresso in guerra dell’Italia, si recò a Valparaíso, dove nel frattempo era stato costituito un Comitato per il reclutamento dei giovani destinati al fronte europeo. Da li si imbarcò per l’Italia e si arruolò tra i volontari del Corpo Aeronautico, una nuova specialità allora inquadrata nell’Arma del Genio del Regio Esercito. Il 1º settembre 1917 nei cieli di Belluno per conseguire l’abbattimento di un Hansa-Brandenburg C.I austriaco, a seguito dell’inceppamento della mitragliatrice, non esitò a gettarsi con il proprio velivolo contro quello nemico, sacrificando la sua vita. Per questa azione gli venne assegnata la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, massima decorazione militare italiana.

Il pilota è stato ricordato nel corso della mattinata con vari momenti celebrativi. La commemorazione ha avuto inizio con la visita all’aeroporto di Belluno a lui dedicato e alla mostra fotografica “Cent’anni fa: il campo di volo militare e Arturo Dell’Oro” situata all’interno della sala briefing dell’aeroporto stesso. Seguita da alcuni istanti di grande emozione con lo scoprimento del “biplano S.E. 5A” della Prima Guerra Mondiale presso il cortile di Palazzo Doglioni Dal Mas, sede di Confindustria Belluno Dolomiti, ed il sorvolo di tre aerei storici con doppia fumata tricolore italiano e cileno. Presso la barchessa adiacente a palazzo Doglioni Dal Mas è stata poi ufficialmente inaugurata la mostra “Sulle ali della memoria, la Grande guerra”. Nel corso dell’inaugurazione è stato presentato il libretto “Arturo Dell’oro. Eroico Aviatore italo-cileno della Grande Guerra – Medaglia d’oro al Valore Militare nei cento anni dalla scomparsa” curato da Loredana Pra Baldi, vice-presidente di Casa d’Europa Dolomiti. Le cerimonie di commemorazione si sono concluse con il toccante momento della posa della corona d’alloro presso il Tempio dei Caduti per la Patria a Mussoi.

L’evento ha visto la partecipazione di una delegazione cilena guidata dal Console Generale del Cile in Italia Pedro González accompagnato dall’Addetto per la Difesa Colonnello della Forza Aerea Cilena Luis Felipe Sáez e dal Console Onorario del Cile in Vicenza e Presidente dell’associazione Veneti nel Mondo, Aldo Rozzi Marin. Tra gli altri, erano presenti Oscar De Bona, Presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, Jacopo Massaro, Sindaco di Belluno, Luca Barbini, Presidente di Confindustria Belluno Dolomiti, Diotisalvi Perin, Presidente del Museo del Piave Vincenzo Colognese di Caorera – Quero Vas, Francesco Frezza, Presidente dell’Aeroclub Arturo Dell’Oro di Belluno, Massimiliano Pachner, Presidente di Casa d’Europa Dolomiti, e Giancarlo Zanardo, Presidente della Fondazione Jonathan Collection.  

 

 

26 settembre 2017|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, Attualità|

Consulta e Meeting dei Giovani Veneti (Vicenza, 27/29 luglio 2017)

A Vicenza, Palazzo Barbarano da Porto, si sono riuniti, nei giorni 27, 28 e 29 luglio 2017, i Consultori e i giovani rappresentanti dei Veneti nel Mondo per discutere i temi all’ordine del giorno. Presenti all’apertura il Presidente della Consulta e Assessore delle Politiche Migratorie Onorevole Manuela Lanzarin e il Vice Presidente Luciano Alban.

I consultori e i giovani partecipanti al Meeting, nel corso di un approfondito dibattito, sono giunti alle seguenti conclusioni ritenute utili per un corretto coinvolgimento delle varie realtà nell’elaborazione del programma dell’assessorato e presentate durante la conferenza stampa sabato 29 luglio c.a.

Tra le tematiche presenti nel documento conclusivo della Consulta, le principali sono collegate al valore imprescindibile dell’associazionismo e del ruolo delle diverse associazioni nel sistema attuale. Le associazioni hanno bisogno del supporto della Regione per poter promuovere quante più iniziative ed attività a supporto del carattere culturale, linguistico ed imprenditoriale delle diverse comunità di Veneti residenti all’estero. Una particolare importanza viene inoltre riconosciuta all’istituzione di un protocollo con la Regione per portare l’insegnamento della storia dell’emigrazione, della storia del popolo veneto, nelle scuole.

Viene mantenuto il “Premio Eccellenze Venete” e la possibilità per gli studenti oriundi veneti di ottenere una borsa di studio per poter studiare nella loro terra di origine. I giovani pongono inoltre una particolare attenzione ai nuovi canali di comunicazione come i social network ed i blog. Strumenti ritenuti essenziali per la condivisione di informazioni, cultura e che possono attrarre giovani e non nel mondo dell’associazionismo.

Per quanto riguarda le priorità, citiamo le attività culturali, l’interscambio giovanile, i corsi di formazione, il sostegno e la promozione dell’associazionismo e dei suoi canali mediatici, i soggiorni per gli anziani. Richiesto inoltre il mantenimento ed il potenziamento delle piattaforme digitali come globalven.org e bellunoradici.net, canali fondamentali per la conoscenza reciproca.

 

 

Documento finale “Consulta dei Veneti nel Mondo”: http://www.globalven.org/news.aspx?ID=272)

Documento finale “Meeting del Coordinamento dei Giovani Veneti e dei Giovani Oriundi Veneti”: http://www.globalven.org/news.aspx?ID=279

 

1 agosto 2017|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, Attualità|

“Bonifica del Campidano, idea di un vicentino”

 

“Ing. Giulio Dolcetta da Vicenza ideatore e realizzatore primo della bonifica di queste terre” così sta scritto nel monumento che campeggia nella bella e suggestiva piazza di Arborea, in  Sardegna, provincia di Oristano, indelebile ricordo di una straordinaria stagione.

Tutto iniziò  il 23 dicembre 1918, a Milano dove si costituì la Società Bonifiche Sarde (SBS) con capitale di otto milioni di lire; presidente fu nominato Giulio Dolcetta che puntò sulle capacità manageriali di un altro veneto, Ottavio Gervaso come direttore tecnico. Scopo della società era quello della “bonifica idraulica ed agraria dei terreni in Sardegna, l’impianto e l’esercizio di reti di irrigazione, l’esercizio  della pesca ecc. ecc”.

La zona della bonifica faceva parte dell’alto Campidano, comprendente un’estensione di 18.000 ettari, nella costa centro-occidentale della Sardegna, a circa 8 km a sud di Oristano, tra gli stagni di “S’Ena Arrubia” e di “Marceddì”, “fino allora regno incontrastato della malaria, tanto da meritarsi il non invidiabile appellativo di “ tomba dei forestieri” .

I primi lavori di bonifica idraulica e di irrigazione iniziarono nel 1922; una volta conclusa la bonifica idraulica si passò alla bonifica agraria, con una fascia dunale di rimboschimento di circa 800 ettari di pini, e di duecentomila eucalipto, barriere naturali frangivento, contro  maestrale,  scirocco e  salsedine così dannosi per le culture.

Nel  frattempo era iniziativa l’era fascista e alla nuova comunità veniva dato il nome di “Mussolinia”,  cominciarono ad arrivare i primi braccianti; dal registro della popolazione del 1934 risultano 2934 abitanti, 1695 provengono dal Veneto (c he allora comprendeva anche il Friuli), 755 dalla Sardegna, 194 dalla Lombardia e via via tutte le altre regioni  (i dati citati fanno parte della tesi di laurea dell’amico Alberto Medda Costella). Ed è interessante anche l’elenco delle località di provenienza;  ecco i comuni interessati per quanto riguarda la nostra provincia: Agugliaro, Alonte, Altavilla, Arcugnano, Breganze, Brendola, Caldogno, Camisano,Campiglia, Grisignano, Longare, Malo, Marano, Montebello, Montecchio M., Mossano, Quinto, Santorso, Sarego, Vicenza.

Si possono individuare due “ondate” di partenza, la prima va dal 1928 al 1931, la seconda dal 1935 al 1940; ai coloni viene proposto un contratto di mezzadria con la

SBS.

Poi la guerra e la caduta del fascismo e il paese cambia nome assumendo l’attuale Arborea; da ricordare la massiccia campagna contro la malaria a base di DDT finanziata dalla fondazione Rockefeller che debellò completamente la pericolosa malattia. Il ricordo del pericolo malaria è ancora ben presente fra la popolazione di Arborea; e Sisto Garbin, di evidente origine vicentine, mi ricorda  “Quanto chinin che go magnà da zovane…”

L’Arborea del terzo millennio è diventata  una importante realtà economica; abbandonate il grano e l’uva (resiste solo qualche pergola di uva bacò), si è puntato  tutto sul latte e la cooperativa  “3A Latte Arborea” è diventata un colosso di dimensioni internazionali che mette assieme oltre 300 aziende; ma anche nei nostri giorni  la dimensione veneta di Arborea continua ad essere ben radicata:  nelle famiglie si parla ancora veneto, la sagra  della polenta è l’evento più importante organizzato dalla pro loco, il 6 gennaio “se brusa la vecia” e si fa festa al Redentore, proprio come a Venezia, agli incroci si trovano i “capitei” ricordo tangibile del nostro Veneto , recentemente è stata aperta una sezione dell’associazione Veneti nel mondo.

E ci si prepara per celebrare degnamente il primo centenario  della nascita della Società Bonifiche Sarde: il  sindaco Manuela Pintus, giovane, determinata e preparata, auspica un coinvolgimento della Regione del Veneto e della Provincia di Vicenza in modo da ricordare degnamente l’evento; una storia, quella dei veneti protagonisti delle bonifiche che dovrebbe essere maggiormente conosciuta dal nostro popolo.

Quei veneti che con il loro duro lavoro, con tanto sacrificio e sudore, hanno bonificato Arborea e Fertilia in Sardegna, l’Agro Pontino nel Lazio, ampie zone della  Libia, meritano tutta la nostra gratitudine e devono rappresentare un motivo di orgoglio per tutti coloro che si sentono veneti.

24 luglio 2017|> metti in Home Page, Categorie, Ettore Beggiato, Storia|

La questione veneta ad “Istória, festival multiartistico di storia contemporanea”

Arborea festeggerà l’anno prossimo i  novant’anni dalla fondazione avvenuta attorno a un progetto di bonifica dell’ing. Giulio Dolcetta, vicentino, e portata avanti da un gruppo di coloni provenienti  dal Veneto e dal Friuli; proprio in questi giorni si è tenuta la quarta edizione di “Istoria, festival multi artistico di storia contemporanea” organizzata dalla “Consulta Giovanile Arborense” in collaborazione con l’Associazione “Veneti nel  mondo” particolarmente attiva ad Arborea grazie all’impegno di Alberto Medda Costella.

Nell’ambito della manifestazione si è discusso di  “questione veneta”  con un dialogo fra il prof. Michele Pinna, direttore dell’Istituto Culturale “C. Bellieni” di Sassari ed Ettore Beggiato, autore del volume “Questione veneta, Protagonisti, documenti e testimonianze”-

Nel confronto, seguito attentamente dal  numeroso pubblico presente, sono emerse interessanti analogie fra la questione veneta e la questione sarda.

Due popoli, due nazioni, quella sarda e quella veneta, che partendo dal  comune sentimento di appartenenza e di forte identità, stanno lottando per allargare l’attuale livello di autogoverno, assolutamente insufficiente per dare delle serie risposte alle diverse necessità della società sarda e di quella veneta.

Michele Pinna ed Ettore Beggiato  hanno  più volte sottolineato significative analogie fra  Sardegna e Veneto, a partire dalla tristissima pagina dell’emigrazione che ha segnato profondamente i due popoli , per arrivare alle battaglie per la difesa dell’identità sarda e veneta dall’offensiva  massificante portata avanti dallo stato italiano, ribadendo come la battaglia per la tutela e valorizzazione del territorio sia fondamentale per il futuro dei due popoli.

Presente in sala, il sindaco di Arborea, Manuela Pintus, espressione di una maggioranza che proprio nella battaglia per la difesa del territorio di  Arborea contro le trivellazioni, ha trovato l’impulso per una importante affermazione.

15 giugno 2017|> metti in Home Page, Attualità, Autori, Ettore Beggiato, Storia|

Festival dell’Istroveneto 2017, un successo fra lingua, musica e antiche tradizioni

Si prova sempre una certa impressione, positiva, di quelle che ti scaldano il cuore, quando arrivi a Buje, un paesino di poco più di 5000 abitanti situato nella parte settentrionale dell’Istria
Definito nel passato la “Sentinella dell’Istria”, possiamo oggi definirlo, anche con un po’ di orgoglio, un “baluardo veneto”. Qui tutto ci parla della nostra plurimillenaria cultura, dai Leoni di San Marco – se ne contano tre soltanto nella piazza storica del paese – alle tradizioni ancora vive e, soprattutto, alla lingua.
Sì perché, pur essendo in uno stato straniero (Croazia), lontano nello spazio e nel tempo dalla madrepatria veneta, Buje e i suoi abitanti conservano vive le tradizioni e gli antichi legami con il Veneto.

Appena giunti a Buje non stupisce quindi di sentire il poliziotto, il panettiere, il barista o la professoressa parlare fra di loro in veneto, o per meglio dire in “istroveneto”.

Questo legame dalle antiche “raixe” vive e resta forte grazie all’impegno e all’amore per la cultura veneta di molte persone che ogni anno organizzano eventi e manifestazioni, fra i quali l’ormai famoso “Festival dell’Istroveneto – Dimela Cantando”: una settimana di dibattiti, incontri ed eventi di carattere letterario e canoro, che sfociano nella 3 giorni finale dedicata ad un vero e proprio concorso musicale.

Lo scopo della manifestazione – si legge dal sito www.istroveneto.com – è quello di tutelare e promuovere il dialetto istroveneto che, nonostante sia una “lingua viva” in quanto attivamente parlata, subisce in seguito ai naturali mutamenti socio-economici, un lento ma inesorabile impovetrimento lessicale, in particolar modo nella sfera legata degli antichi mestieri e della vita agreste.

Il Festival è promosso dell’Unione Italiana, in collaborazione, con il sostegno e con il patrocinio della Città di Buie, dell’Assessorato alla Cultura della Regione Istriana, dell’Università popolare di Trieste e della Regione Veneto. Vista l’importanza della manifestazione e il suo alto valore culturale, la stessa ha ottenuto il Patrocinio della Regione Veneto.

Possiamo dire che anche quest’anno il Festival dell’Istroveneto non ha sicuramente deluso le aspettative: durante le tre tappe del consorso canoro – a Muggia (Italia), Capodistria (Slovenia) e Buje (Croazia) – 17 artisti si sono esibiti davanti ad un pubblico partecipe e divertito, sotto l’occhio (e l’orecchio) attento di una giuria di esperti internazionali.

Vincitore del Concorso 2017 è stato Andrea Scarcia con “Ciapa fià”, secondo premio a Francesco Squarcia con la canzone “Due cuori” e terzo Ivan Bottezar con “Dame la man”.

Per tutti coloro che desiderassero ascoltare le canzoni del Festival, segnaliamo il link ufficiale: www.istroveneto.com/dimela-cantando.html

Buon ascolto e… lunga vita all’istroveneto!

PRIMO CLASSIFICATO:
Andrea Scarcia -” Ciapa fià”

SECONDO CLASSIFICATO:
Francesco Squarcia – “Due cuori”

TERZO CLASSIFICATO:
Ivan Bottezar – “Dame la man”

Davide Guiotto

13 giugno 2017|> metti in Home Page, Attualità, Autori, Davide Guiotto, Lingua|

“Viaggio di sola andata per la Merica” – Villa Settembrini, 25 maggio 2017

EVENTO  25.05.17 – REGIONE VENETO: presentazione dell’EMIGRAZIONE ITALIANA IN BRASILE

CANTANDO IN TALIAN

VI ASPETTIAMO!

 

Il progetto “Cantando in talian” verrà presentato domani con la Regione Veneto, presso il Centro Regionale di Cultura Veneta – Paola di Rosa Settembrini – Mestre – Venezia.

Si tratta di una ricerca storica e accademica dell’autrice Giorgia Miazzo relativa al fenomeno dell’emigrazione veneta in Brasile e dell’eredità culturale e sociale del popolo oriundo nelle nuove terre di stabilizzazione. La tradizione, gli usi e i costumi, le musiche e soprattutto la lingua diventano ancora oggi il filo conduttore ideale tra le fasi di migrazione dei decenni 1880-1950 e le nuove generazioni di discendenti. Il progetto si sviluppa attraverso un percorso professionale, svoltosi tra Italia e Brasile con interventi e attività di docenza presso università, pubbliche amministrazioni, associazioni culturali, in particolare negli stati del Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paranà, Minas Gerais, Espirito Santo e San Paolo.

Lo studio si è sviluppato in dieci anni di ricerca attraverso un percorso formativo e professionale svoltosi in Italia e in Brasile – a contatto con le Università Ca’ Foscari di Venezia, UFSC di Santa Catarina, UEL nel Paranà e UERJ a Rio de Janeiro, i circoli e associazioni COMVERS, COMVESC, FAVEP, le Associazioni di Veneti, Trevisani, Bellunesi, Vicentini, Veronesi, Polesani, Veneziani e Padovani nel Mondo e la Regione Veneto. Il progetto ha inoltre ricevuto importanti premi, oltre che segnalazioni di articoli e saggi in diverse televisioni, tra le quali la RAI e TV locali, radio, giornali, testate e riviste italiane e brasiliane.

Questa ricerca diviene una pubblicazione atta a far conoscere alle nuove generazioni cosa significa emigrare e dover abbandonare il proprio paese alla ricerca di fortuna nella cantata e sognata “Mèrica”. Si tratta di un viaggio di sola andata verso nuove opportunità, ma denso di sacrifici e difficoltà che segnano e trasformano l’immaginario di chi molti anni fa con una valigia di cartone e tanto coraggio ha lasciato la propria terra e la famiglia con la speranza di un futuro migliore. Oggi è ancora forte il legame con la terra di origine, tanto che tuttora il talian (veneto) è parlato da quasi due milioni di italo-brasiliani, risultando essere un legame vivo e utile per rafforzare le relazioni socio-economiche e professionali tra istituzioni, imprenditoria e comunità locali. Tale percorso diviene uno strumento didattico e di studio della lingua e cultura veneta, raccontato per mezzo di musiche tradizionali e contemporanee, una preziosa raccolta fotografica che rappresenta fedelmente l’evoluzione delle comunità venete in Brasile e attraverso alcuni focus culturali che promuovono e descrivono la ricchezza del territorio veneto.

L’autrice presenta questa ricerca inedita ed emozionante nella pubblicazione di due libri e la piattaforma online www.giorgiamiazzo.com:

1 – Scoprendo il talian – Viaggio di sola andata per le Mèriche

La storia dell’emigrazione veneta a partire dal 1870 fino ai giorni di oggi può essere rappresentata tramite il lascito dei ricordi, delle tradizioni e delle musiche. Il viaggio alla scoperta delle comunità oriunde permette di conoscere storie e racconti di vita che evidenziano il fenomeno degli usi e dei saperi veneti mediante la valorizzazione della cultura e della lingua del talian.

2 – Cantando in talian – Imparar el talian cola mùsica

È un progetto didattico su due livelli, atto a insegnare il talian, idioma oriundo nato dalla fusione dei dialetti veneti, attraverso l’utilizzo della musica e la presentazione di letture sulla tradizione letteraria e focus culturali che raccontano il contesto veneto attraverso l’architettura, i paesaggi, l’enogastronomia, la cultura e le tradizioni.

 

Giorgia Miazzo con Diego Gabardo, Presidente della Veneti nel Mondo Colombo

 

25 maggio 2017|> metti in Home Page, Attualità, Giorgia Miazzo|

L’Associazione Veneti nel Mondo entra a far parte dell’UNAIE

Lo scorso 26 aprile 2017 l’Associazione Veneti nel Mondo è entrata a far parte dell’UNAIE, l’Unione Nazionale delle Associazioni Immigrati ed Emigrati.

L’Unione Nazionale delle Associazioni Immigrati ed Emigrati è una federazione volontaria di Associazioni che operano per alimentare nei cittadini di origine italiana, nei vari Paesi di residenza, i valori che provengono dalla Comune origine, per valorizzarne il ruolo sociale, culturale, economico, istituzionale ed egualmente per consentire la migliore integrazione degli immigrati in Italia. L’Unione si ispira ai principi cristiani del personalismo comunitario, ai valori di libertà e delle autonomie istituzionali ed amministrative secondo criteri di sussidiarietà, di sviluppo e di realizzazione di grandi interessi comuni, di solidarietà, di giustizia, di Pace sociale ed internazionale.

A 40 anni dalla sua fondazione, l’UNAIE riscopre la freschezza e la tensione dei soci fondatori. Sempre punto di partenza e mai punto d’arrivo. La Veneti nel Mondo si unisce a Abruzzesi nel mondo, Associazione Internazionale Calabresi nel Mondo. Associazione Internazionale Calabresi nel Mondo. Associazione Bellunesi nel Mondo, CabriniLand, Cedise Sardegna, COES – Centro Orientamento Emigrati Siciliani, CO.SVI.FOR (Campani nel Mondo), EFASCE, Ente Friuli nel Mondo, Ente Vicentini nel Mondo ONLUS, Fondazione Franco Verga, FILITALIA International, Gente Camuna, Giuliani nel Mondo. Liguri nel Mondo, Lucchesi nel Mondo, Mantovani nel Mondo, Padovani nel Mondo, Palermo Mondo, Associazione Piemontesi nel Mondo, Polesani nel Mondo, Sicilia Mondo, Siracusani nel Mondo, Sudtirolesi nel Mondo, Associazione Trentini nel Mondo ONLUS, Trevisani nel Mondo, ULEV, Fondazione Cassamarca (Ex Umanesimo Latino), Unione Emigranti Sloveni del Friuli Venezia Giulia, Veneziani nel Mondo e Veronesi nel Mondo.

La scheda profilo della Veneti nel Mondo all’interno del sito internet www.unaie.it è consultabile al seguente link: http://www.unaie.it/stile2.html?layout=edit&id=152.

17 maggio 2017|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, Attualità|

CamperChef – Ricette en Plein Air

Un nuovo e moderno ricettario che raccoglie 64 ricette di facile e veloce esecuzione. Scritto dallo chef vicentino Amedeo Sandri, con consigli vinicoli di Maurizio Falloppi, ideato per gli appassionati della vita en plein air…..ma anche per chi, a casa, non ha molto tempo a disposizione.

CAMPERCHEF, considerata la richiesta, sarà tradotto in lingua inglese e tedesca.

Visitate il profilo di Maurizio Falloppi all’interno della sezione “Talenti Veneti” del sito http://www.globalven.org al seguente link: http://www.globalven.org/talenti_veneti.aspx?ID=105 .

5 maggio 2017|> metti in Home Page, Maurizio Falloppi, Sapori|

Spettacolo teatrale “Vozi de qua e de la’ del fosso grando” – Cinema Teatro Lux, 7 marzo 2017

A quasi un mese di distanza dallo scorso 7 marzo, ci piace ricordare lo spettacolo teatrale “Vozi de qua e de là del fosso grando” con qualche foto.

Lo spettacolo teatrale “Vozi de qua e de là del fosso grando” sul tema dell’emigrazione italiana, ed in particolare Veneta di fine ‘800, ideato e recitato da Federico Pinaffo, è stato presentato da Enrico Grandesso ed accompagnato dal Coro A.N.A. di Novale – Sezione di Valdagno.


Il link per visualizzare l’intero album di foto è il seguente: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.1565882193444546.1073741899.207330955966350&type=1&l=10b7f2e40d

4 aprile 2017|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, News dal Veneto|