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7 Giugno 2016|non in elenco|

Giovanni Capodistria, primo presidente della Grecia moderna

Una prestigiosa figura che ha nobilitato il nome della Città e dell’Università di Padova  e che meriterebbe di  essere ricordata nella toponomastica cittadina. 

Si tratta di Giovanni Capodistria (Ioannis Kapodistrias), primo presidente della Grecia moderna, eletto a Nauplia il 18 aprile 1828, ministro degli esteri nella Russia zarista,  ministro nella Repubblica Settinsulare (1800-1807) con capitale Corfù, e che  ha svolto un ruolo fondamentale anche nella storia svizzera, lavorando per la sua unificazione e indipendenza, tanto da essere nominato cittadino onorario nei Cantoni di Vaud e Ginevra. 

Giovanni Capodistria era nato a Corfù l’11 febbraio 1776, quando l’isola faceva ancora parte della Serenissima, nasce quindi cittadino veneto; i conti Capodistria erano iscritti nel Libro d’oro della nobiltà di Corfù fin dal 1679 e provenivano dall’omonima città istriana.  

Nel 1797 il giovane Capodistria si laureò in medicina nell’Università patavina, seguendo docenti come Caldani, Comparetti, Decima, Stratico che spesso citava ricordando i bei anni trascorsi a Padova. 

Morì, ancora giovane, assassinato a Nauplia mentre stava andando verso la Chiesa di San Spiridione, il 19 ottobre 1831. 

A Giovanni Capodistria è intitolato, tra l’altro, l’aeroporto internazionale di Corfù; la sua città gli ha dedicato un importante museo.  

Credo che una figura di così alto spessore meriti di essere ricordato dalla Città di Padova, anche per riannodare i rapporti con la Città di Corfù. 

Ettore Beggiato 

23 Novembre 2020|> metti in Home Page, Autori, Ettore Beggiato, News dal Veneto, Storia|

Vidal, un istriano campione del mondo nel 1950 con l’Uruguay

Per gli appassionati di calcio, il mondiale del 1950 rimarrà nella storia per la tragica sconfitta del favoritissimo Brasile nei confronti dell’Uruguay; quello che si vide nel mitico Maracanà di Rio de Janeiro fu un vero e proprio dramma nazionale: il 16 luglio 1950 il Brasile andò anche in vantaggio ma poi subì due gol dalla squadra uruguagia e perse il mondiale. Furono proclamati tre giorni di lutto nazionale, e ci furono ben 34 suicidi e 56 morti per infarto. 

Pochi sanno che uno dei protagonisti del mondiale dell’Uruguay fu  un istriano nato a Buie, 

Ernesto Servolo Vidal. 

La famiglia Vidal emigrò a metàdegli  anni venti in Argentina, Ernesto era nato il 15 novembre 1921, dove il giovane Ernesto incominciò a giocare a calcio nell’Atletico Belgrano e nel Rosario Central. 

Poi si trasferì in Uruguary, dove Vidal divenne una colonna del Penarol, vincendo ben quattro campionati nazionali (1944,45,49,51) e dove acquisì la cittadinanza uruguagia. 

Venne convocato per i mondiali del 1950, giocò le partite del girone finale, ma per un infortunio non scese in campo nell’ultima  partita; complessivamente nella nazionale uruguagia giocò otto partite segnando due gol. 

Dopo i mondiali venne in Italia dove giocò, sempre come ala sinistra,  con la Fiorentina e la Pro Patria di Busto Arsizio, poi rientrò in Uruguay dove finì la carriera nell’altro famoso club di Montevideo, il Nacional.    

Soprannominato Patrullero, morì ancora giovane a Cordoba (Argentina) nel 1953.  Non sorprenda il suo secondo nome, piuttosto desueto … San Servolo, infatti, è il patrono di Buie

Ettore Beggiato

16 Novembre 2020|> metti in Home Page, Autori, Ettore Beggiato, News dal Veneto, Storia|

Nel “Lacus Venetus” (Lago di Costanza) reliquie di San Marco Evangelista

Nell’antichità di chiamava “Lacus Venetus”, ai nostri giorni si chiama Lago di Costanza o Bodensee in tedesco, un lago decisamente importante che bagna tre stati (Germania, Svizzera e Austria),  il grande fiume Reno ne  è il principale immissario e l’unico emissario; il lago è caratterizzato da tante belle cittadine, da Lindau a Costanza, da Meersburg a Uberlingen all’isola di Mainau. 

Il nome “Lacus Veneuts”  risale a circa duemila anni fa,  viene citato da Pomponio Mela, prestigioso geografo d’origine iberica vissuto  nei primi decenni dopo Cristo, autore della opera geografica latina più antica, la “De chorografhia” ;  sull’origine del nome ci sono diverse teorie, chi lo attribuisce a delle tribù venete che avrebbero vissuto nei dintorni (riferimenti a tribù venete ci sono in svariate parti dell’Europa e dell’Asia, dai Veneti della Bretagna massacrati da Giulio Cesare ai Veneti della Polonia (Tolomeo chiamava il mar Baltico Sinus Venedicus) , dai Eneti citati anche da Omero a svariate altre testimonianze. 

Altri attribuiscono la genesi del toponimo “Venetus” all’incredibile colore azzurro-turchese delle acque del lago e poiché nell’antichità azzurro era quasi un sinonimo di veneto ne deriverebbe  il nome del lago; non so se sia un caso, però, ancor ai giorni nostri c’è un sentiero europeo, E 5,  che collega il Lago di Costanza (Lacus Venetus)  alla Terra dei Veneti … ripeto, casualità o qualcosa di ancestrale ? 

Ma nel Lacus Venetus c’è anche un luogo di grande spiritualità, l’isola di Reichenau, riconosciuta come patrimonio mondiale della cultura dall’Unesco e definita “culla della civiltà occidentale” in un volumetto che ho preso sul posto; nell’isola, già nel 724 il vescovo Pirmin fondò con 40 confratelli un monastero benedettino; da allora l’isola divenne un centro di grandissima importanza e ancor oggi ci sono tre  centri di grande interesse storico e artistico: la Basilica dei Santi Pietro e Paolo, la Chiesa di San Giorgio e la Chiesa abbaziale dei Santi Maria e Marco; e proprio in quest’ultima ho “scoperto” con mio grande stupore, un prezioso scrigno con le reliquie di San Marco Evangelista. 

Nel volume di Timo John “L’isola del monastero di Reichenau sul Lago di Costanza” leggo che le reliquie di San Marco furono portate dal vescovo Ratolt da Verona nell’830 sotto lo pseudonimo delle reliquie di  S. Valente; l’autenticità delle spoglie sacre fu confermata dopo quasi un secolo dal vescovo Notino di Costanza (919-934); ogni anno il 25 aprile, giorno di San Marco, le reliquie dell’Evangelista vengono portate in processione attraverso l’isola e si festeggia San Marco … proprio come nella Terra di San Marco.  

Ettore Beggiato 

11 agosto 1716 la Serenissima Corfù respinge l’assedio dei Turchi

Corfù all’epoca aveva circa 50 mila abitanti ed era adeguatamente fortificata; la Serenissima, conscia del pericolo turco, aveva affidato il comando della piazzaforte al maresciallo conte von der Schulenburg. Proveniente da una vecchia famiglia prussiana, Johann Matthias von der Schulenburg, nato a Emden di Magdeburgo l’otto agosto 1661, ha fatto i suoi studi a Parigi e all’accademia di Saumur;  nominato conte e feldmaresciallo nel 1715, nel corso dello stesso anno entra al servizio della Serenissima.  

Le ostilità iniziano l’otto luglio 1716 con l’arrivo della flotta di Mehmet Pashà e il conseguente sbarco  sull’isola di 30.000 soldati e 3 mila giannizzeri; l’ammiraglio turco ha un conto in sospeso con Venezia: fatto prigioniero durante il precedente conflitto, egli era stato condannato a remare per sette anni nelle galere della Serenissima (e poi riscattato con 100 ducati d’oro). (8) 

Schulenburg può contare su poco più di 1.500 uomini diversi dei quali senza grandi esperienze di combattimento 

L’assedio vero e proprio ha inizio il 19 luglio; i Turchi scavano una serie di trincee e bombardano la città a partire dalle alture e i corfioti devono rifugiarsi nei sotterranei. 

Ci sono assedi praticamente tutti i giorni, con ingenti perdite sia da una parte che dall’altra. 

Il 5 agosto 1716, Mehmet Pashà indirizza al Sclulenberg una lettera dal seguente tono: “Io che sono un generale onorato e sono stato scelto dal più grande degli imperatori e dal più formidabile monarca degli Ottomani, il sultano Ahmed, per conquistare l’isola di Corfù, faccio sapere a Voi, comandante della fortezza e a Voi direttore principale della guarnigione, che Sua Maestà imperiale mi ha inviato per soggiogare la predetta piazzaforte e liberarla dalle vostre mani, per abbattere le chiese e i templi consacrati al culto degli idoli e per erigervi, al loro posto, moschee e templi di adorazione.” (8) 

Concludendo la sua ampollosa missiva, l’ammiraglio esige una resa senza condizioni per evitare la distruzione totale della città.  

Corfù non si fa prendere dal panico, anzi la tragica esperienza vissuta dalle città della Morea  testimoniata da un  centinaio di sopravvissuti di Acrocorinto che hanno trovato rifugio nella fortezza, impone loro di resistere al turco ad ogni costo.  

Nella notte dell’otto agosto, i Turchi lanciano un attacco generale su tutti i fronti; riescono a superare le opere esterne e a giungere fino alle porte della città, dove iniziano la scalata delle mura con l’aiuto delle scale in legno: animati dal carisma leggendario di Schulenburg gli abitanti resistono e dopo sei ore di combattimento, il maresciallo prussiano, spada alla mano e al grido di “Per Cristo e Venezia!” tenta una sortita e sorprende in nemico sul fianco.  L’iniziativa getta nel panico gli assedianti ottomani che abbandonano le posizioni conquistate lasciando sul terreno ben 2 mila morti e 20 vessilli. 

Il giorno dopo un temporale stratosferico inonda le trincee e gli accampamenti turchi,  e danneggia la flotta della mezzaluna; il 11 agosto viene tolto l’assedio e gli ottomani reimbarcano le truppe dopo aver perduto oltre 5.000 uomini a fronte di circa 500 dalla parte di San Marco. I Corfioti parlano di un miracolo per l’intervento di San Spiridione, il protettore della città, che avrebbe scatenato la tempesta. 

Schulenburg rientra a Venezia e si gode il meritato trionfo, vengono coniate medaglie con la sua effigie e l’anno successivo la Serenissima gli fa erigere una statua davanti alla Fortezza Vecchia. 

Antonio Vivaldi compone la “Giuditta trionfante”, un oratorio militare sacro nel quale Giuditta rappresenta la città di Venezia vittoriosa su Oloferne che simbolizza il turco. Ed ecco le parole finali del coro: 

Salve invitta Giuditta prosperosa, 

Splendor di Patria, speme di nostra salute. 

Tu ver esempio di somma virtute, 

Sarai sempre nel mondo gloriosa. 

Debellato così il barbaro Trace 

Sia trionfante Regina del mare. 

E placata così l’ira divina, 

L’Adria viva e regni in pace. 

Ettore Beggiato

Presentazione del Busto di Antonio Pigafetta, Comune di Vicenza, Palazzo Trissino – 24 luglio 2020

Copia del busto di Pigafetta nel cortile di Palazzo Trissino prima di partire alla volta del Cile. Sarà installato a Punta Arenas.

Questa mattina, in occasione del posizionamento della statua nella sede del municipio, l’assessore alla cultura, il consigliere comunale delegato alle celebrazioni, il Console Onorario del Cile in Vicenza e i rappresentanti dell’associazione culturale Pigafetta 500 hanno illustrato l’iniziativa che si inserisce nell’ambito delle Celebrazioni per i 500 anni dal primo giro del globo e, in particolare, dall’attraversamento dello stretto di Magellano, tra il 21 ottobre e il 28 novembre 1520.

A memoria di quell’epico evento, consegnato ai posteri proprio grazie ai racconti del vicentino Pigafetta, la città e la provincia di Vicenza, il consolato del Cile a Vicenza e l’associazione culturale Pigafetta hanno deciso la donazione della statua al Cile.
Si tratta della fedele riproduzione del busto in bronzo inserito nel monumento dedicato al navigatore in viale Roma.
Il busto, alto 80 centimetri e pesante 80 chilogrammi, è appoggiato su una base in marmo di due metri e mezzo di altezza e 2 tonnellate di peso.
La statua resterà nel cortile di Palazzo Trissino, dove i vicentini potranno ammirarla fino al 15 settembre. Il 18 settembre all’ambasciata del Cile a Roma il monumento sarà protagonista della Festa dell’indipendenza cilena, poi partirà per il Cile dove il 21 ottobre sarà installato a Punta Arenas, anche con la partecipazione del Sindaco di Punta Arenas, della Marina Militare del Cile e dei circoli dei Veneti nel Mondo del Cile, nella piazza che già ospita la statua di Ferdinando Magellano.
L’operazione, che lega le due straordinarie figure ed evidenzia il ruolo che ebbe il Pigafetta nel far conoscere al mondo una delle imprese più coraggiose e avvincenti dell’umanità, darà visibilità internazionale a Vicenza e alle imprese che hanno sostenuto questo progetto.

Addio a Darcy Loss Luzzatto, massimo esponente del “Taliàn”

Dai nostri amici veneto brasiliani ci giunge la triste notizia della partenza del grande Darcy Loss Luzzatto. Uno dei più importanti ricercatori della cultura “taliana” (o veneto-brasiliana) del Brasile, civiltà che nasce che l’arrivo nel sud del Brasile degli emigranti veneti e degli altri popoli del nord Italia attorno al 1870.

Nato nel 1934 a Pinto Bandeira, nello stato brasiliano di Rio Grande do Sul, è stato insegnante, editore e autore di numerose pubblicazioni in talian. Ha formato molte generazioni di veneti di oltreoceano ed è stato e sarà un riferimento per l’associazionismo veneto. Tra le sue opere più importanti ricordiamo i volumi Talian (grammatica, storia, cultura), i vocabolari Talian-Portoghese e Portoghese-Talian, Storie de la nostra gente, El nostro parlar, Almanaque Talian e tanti altri. 

Vogliamo ricordarlo con questo breve messaggio, perché come diceva Darcy “De quel che se dise, el pi tant se lo perde; de quel che se scrive, squasi tuto ‘l rimane!”.

Da Veneti, fieri della nostra lingua, cultura e delle nostre tradizioni, vogliamo ringraziarlo. Terremo viva la sua memoria e le sue opere.  

Le foto sono state scattate nel 2011 nella Sierra Gaucha di Rio Grande do Sul con (da sinistra) Davide Guiotto, esperto in lingua veneta e socio dell’Associazione Veneti nel Mondo, Aldo Rozzi Marin, Presidente Associazione Veneti nel Mondo, Darcy Loss Luzzatto e Cesare Prezzi, già Consultore regionale per il COMVERS – Comitato Veneto del Rio Grande do Sul, e

di Aldo Rozzi Marin

Benedetto Crivelli condottiero della Serenissima

La prima parte della vita di Benedetto Crivelli è abbastanza misteriosa; nasce a Milano nel quindicesimo secolo,  è genero di Biagio (Biasino) Crivelli, altro capitano di ventura e nella guerra di Cambrai che vide contrapposta alla Serenissima quasi tutta l’Europa lo troviamo al servizio del  re di Francia Luigi XII; in particolare dal 1512  deve difendere la città di Crema passata  ai francesi dopo la disfatta dell’esercito veneto ad Agnadello (1509); nel giugno dello stesso anno Crema viene assediata dai veneziani e Crivelli  deve subire la diserzione di un centinaio di soldati. Inizia una serie di contatti sia con gli emissari della Serenissima che con quelli del Ducato di Milano; alla fine opta per Venezia e dopo la consegna della città alla Serenissima viene da questa aggregato alla nobiltà e ascritto al Maggior Consiglio;  al nostro  viene assegnato un palazzo nella città del Santo vicino agli eremitani, il feudo di Creola, lungo il Bacchiglione  nei pressi di Saccolongo,  una rendita annua di 1.000 ducati, il dazio del sale di Crema, il pagamento di una compagnia di 400 fanti e altre concessioni. Ha modo di segnalarsi in diversi assedi e battaglie della guerra di Cambrai: dall’assedio di Brescia, alle battaglie di Creazzo,  Rovigo (accanto al d’Alviano), Oderzo, Cavarzere, Badia Polesine e sempre si distingue per la sua determinazione; nell’inverno del 1515 si ammala gravemente.

 

Nel marzo del 1516 muore, secondo alcuni a Padova, secondo altri a Venezia nel Palazzo Pisani sul Canal Grande, secondo altri ancora proprio nella tenuta di Creola dove nel frattempo era stata costruita la Chiesa di S. Maria del Carmine.

La facciata esterna della chiesa è davvero singolare, perché costituita dal caratteristico frontone curvilineo, unico nel padovano e ricorrente invece in molte fabbriche veneziane. Come per le chiese antiche, l’abside è volto ad oriente che stava per indicare Cristo “Sole nascente”.

Il campanile alto 20 metri, non poggia sul terreno ma si eleva sopra l’abside pentagonale; soluzione questa interessante ed insolita: sono infatti le volte interne del catino dell’abside a  sostenere la non leggera struttura del campanile.

L’edificio presenta pianta rettangolare ad unica navata sormontata da possente lunetta che si chiude ad oriente con il presbiterio e l’abside pentagonale con volta ad ombrello tinteggiata di blu, sul quale è situato l’unico altare, in marmo bianco di Carrara. (1)

Una chiesetta che non sarebbe certo passata alla storia se Alvise Pisani erede testamentario del patrimonio del Crivelli non avesse fatto costruire un prezioso sarcofago, in marmo bianco di Carrara che recentemente è stato attribuito a Lorenzo Bregno, proprio per contenere le spoglie del condottiero lombardo.

Originario del comasco, assieme al fratello Giovan Battista, operò soprattutto nel Veneto: ai due fratelli sono attribuiti il monumento Brisighella nella Basilica  dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia, il monumento equestre a Leonardo da Prato al Santo a Padova e la statua “Benedetto Pesaro in armi” nella chiesa dei Frari a Venezia.

Il sarcofago, sorretto da quattro colonnine, ha scolpita nella copertura la figura del condottiero con l’armatura e la spada allacciata sul fianco sinistro.

L’opera, vero gioiello d’arte veneta, è reputata uno dei capolavori del primo Cinquecento e venne esposta al Palazzo della Ragione a Padova alla mostra “Dopo Mantegna” del 1976. Nel catalogo della mostra si legge:

“La testa del condottiero posa sul cuscino con i capelli ondulati … Il volto è molto composto e assorto, ma non è rigido; è piuttosto morbido per la delicatezza dei passaggi sfumati. Lo scultore possiede una eccezionale maestria nel trattare il marmo riducendolo a significare i diversi gradi di consistenza dei vari materiali raffigurati: la cassa, la corazza, il volto e i capelli. Nello stesso modo ha saputo creare una forte suggestione nella figura di questo guerriero morto, tanto che l’opera va senza dubbio considerata una delle più alte tra le sculture venete del primo Cinquecento veneto.”

Nel sarcofago è incisa la dedica in latino:

A BENEDETTO CRIVELLI

FORTISSIMO COMANDANTE DI FANTERIA

PER LE SUE PRESTAZIONI ECCELLENTI

IN FAVORE DELLA REPUBBLICA VENETA

RICOMPENSATO CON GRANDI DONI

E SIMULTANEAMENTE DAL SENATO VENETO

NELL’ORDINE PATRIZIO ACCOLTO

ALVISE PISANO ESSERE

DEL SIGNOR PROCURATORE DI SAN MARCO

SECONDO IL TESTAMENTO DEL BENIFICIO.

MORI’ NEL 1516

Curioso lo stemma gentilizio che troviamo nel monumento: un crivello esplicito riferimento al cognome …

La chiesa e il sarcofago sono stati restaurati una quindicina d’anni fa e, giusto per non far mancare quell’alone di mistero che ha sempre circondato la figura di Benedetto Crivelli,  all’interno dell’urna non è stato trovato alcun scheletro.

Ettore Beggiato

 

Note

  1. Pagano L. – Saccolongo e Creola: storia ed arte – Saccolongo 2008 

 

25 marzo 421: fondazione di Venezia

Venezia nasce sull’acqua, nella laguna, su terreno fangoso e insicuro, lottando contro ogni avversità, con una incrollabile fede nei grandi destini dei Veneti. Secondo la tradizione, il 25 marzo del 421 d.C. i Veneti provenienti dalla terraferma, per sfuggire alle invasioni dei Goti e degli Unni, si rifugiarono nella laguna, dando inizio di fatto alla civiltà che nei secoli sarebbe diventata la più lunga e prospera Repubblica al mondo, conosciuta da tutti come la Serenissima.


“La Repubblica nacque nel IX secolo, dai territori bizantini della Venetia maritima, dipendenti dall’Esarcato di Ravenna fino alla conquista di questa città da parte dei Longobardi nel 751. La tradizione vuole che il primo doge, Paulicio Anafesto, sia stato eletto nel 697 dai Venetici, tuttavia la nascita del ducato è da inquadrarsi nella riforma delle province italiche di Bisanzio, promossa dall’imperatore Maurizio di Bisanzio con la nomina a capo di queste di duces, cioè comandanti militari (di nomina imperiale per tramite dell’esarca ravennate), nel tentativo di arginare l’invasione longobarda. La figura del dux bizantino, divenuto nei secoli doge, conquistò quindi una sempre maggiore autonomia, attuando una politica via via sempre più indipendente” e spostando la sede da Eracliana a Metamauco e infine, nell’810, a Rivus Altus (l’odierna Venezia), città dalla posizione più difendibile, poiché situata al centro della laguna. Le popolazioni dei centri abitati dell’estuario si designavano con il nome di Venetici.

Tratto da “San Marco il leone e l’evangelista” di Aldo Rozzi Marin

“Programma Annuale per i veneti nel mondo 2020” (DGR nr. 251 del 02.03.2020)

La Regione del Veneto ha approvato il Programma annuale degli interventi a favore dei veneti nel mondo, sulla base degli indirizzi programmatici definiti dal Piano triennale 2019-2021.

Deliberazione della Giunta Regionale n. 251 del 02 marzo 2020: Approvazione del Programma di interventi a favore dei veneti nel mondo – anno 2020. Articolo 14 “Piano triennale e programma annuale degli interventi” della L.R. 9 gennaio 2003, n. 2, “Nuove norme a favore dei veneti nel mondo e agevolazioni per il loro rientro”, così come modificata dalla Legge regionale 7 giugno 2013, n. 10. clicca qui per leggere la delibera

Tratto da: https://www.regione.veneto.it/web/rete-degli-urp-del-veneto/dettaglio-news?articleId=4385512&fbclid=IwAR2ktbaPzG6xQ9c14YUEIIfF1cCSZYVArq2Cvjow6iPGHXMafQCMIlxZU5E

Veneti della Maremma

A partire dal 1866, subito dopo l’annessione del Veneto all’Italia, il fenomeno dell’emigrazione ha pesantemente contraddistinto il popolo veneto, all’inizio con dimensioni bibliche quando paesi interi partivano per la Merica sperando di far fortuna, e creando un altro Veneto al di là dell’Oceano, specialmente nei tre stati meridionali del Brasile (Rio Grande do Sul, Paranà e Santa Catarina),che ancor oggi mantiene in maniera straordinaria la propria identità linguistica, culturale e sociale, poi in maniera costante con significativi aumenti di partenze dopo le due guerre mondiali e che è durato fino agli anni sessanta, per poi ripartire in maniera consistente nei nostri giorni, quando centinaia e centinaia di venete e veneti, il più delle volte con laurea in mano, riprendeno la strada dei nostri antenati cercando un’affermazione all’estero.

Oltre che nei cinque continenti, c’è stata anche una notevole  emigrazione veneta anche all’interno dello stato italiano,  in maniera autonoma (rivolta soprattutto verso i poli industriali lombardo e piemontese) e in maniera “organizzata”; in quest’ultima forma vanno ricordati soprattutto le tre emigrazioni portate avanti durante il ventennio: ad Arborea, nella provincia sarda di Oristano, nelle paludi pontine e, quella meno conosciuta, anche perché numericamente molto inferiore, nella Maremma toscana, in provincia di Grosseto, ad Alberese.

E proprio di questa vorrei parlare, anche perché relativamente poco conosciuta dagli stessi veneti, prendendo spunto da un volume particolarmente interessante intitolato “I Veneti di Maremma. Storia di una migrazione” di Paolo Nardini e Massimo De Benetti con fotografie  di Giovanni Bredariol, edito nel 2004 dal Comune di Grosseto.

Alberese fa parte del Comune di Grosseto ed è l’estrema propaggine del capoluogo verso i monti dell’Uccellina; all’interno di un territorio piuttosto vasto e poco popolato troviamo la tenuta di Alberese.

In questo contesto decisamente suggestivo nell’undicesimo secolo veniva fondata l’Abbazia Benedettina di Santa Maria Alborense, poi San Rabano; l’Abbazia per quasi 500 anni fu il punto di riferimento di tutta la zona per passare poi all’Ordine di Malta; nel frattempo attorno all’Abbazia era sorto un piccolo borgo.

Nel 1839 l’Abbazia fu acquistata dal granduca Ferdinando IV di Lorena per essere poi espropriata dal Regno d’Italia durante la prima guerra mondiale in quanto considerata “bene del nemico”; per la verità c’era stato nel 1915 il tentativo di vendere da parte degli Asburgo-Lorena alla famiglia Lante della Rovere ma il governo italiano non riconobbe valido tale atto.

Fu così che nel 1923 dopo il decreto di esproprio del Prefetto di Grosseto, la tenuta (6500 ettari) fu assegnata all’Opera Nazionale per i Combattenti (ONC); nel 1928 iniziarono i lavori di bonifica in quanto la zona dell’Alberese era soggetta alla malaria per il gran numero di zone acquitrinose e nel 1930 furono costruiti i poderi da assegnare alle famiglie provenienti dal Veneto. A ogni podere veniva assegnato un nome legato alla prima guerra mondiale: Ortigara, Bainsizza, Buccari, Cadore, Carso, Istria, Dalmazia e via discorrendo …Il podere era composto dalla casa colonica, la stalla per sedici capi, il pollaio, un annesso rustico con il forno, due recinti per i maiali, la concimaia in muratura, un pozzo con la pompa, l’abbeveratoio e un lavatoio.

Va ricordato che nel 1926 il governo italiano aveva istituito il Comitato Permanente per le Migrazioni Interne, con il compito di gestire lo spostamento di grandi masse di popolazioni con l’obiettivo di evitare la corsa dei disoccupati verso le grandi città del nord.

Nel 1930 arrivarono le prime famiglie dal Veneto e l’immigrazione continuò anche nel 1931-32: in tutto arrivarono oltre un centinaio di famiglie, soprattutto dal Veneto centrale e i cognomi lo testimoniano ancor oggi: Caoduro, Bottazzo, Casarin, Riello, Maggiotto, Pegoraro, Zorzi, Segato, Marangon, Bettiol, Perin, Zampieri, Cavallin e tanti altri …

Nel volume già citato si sfogliano le fotografie dell’epoca con diverse didascalie interessanti: “Ci si sposava più fra veneti, perché … la mì moglie, il sù babbo abitava là e noi si abitava qui… era ‘na questione di vicinanza”, “Quando siamo venuti qui, loro avevano il pane sciocco, senza sale, e noi non s’era boni a mangiarlo”, “Anche il prete era veneto…quando non aveva niente da mangiare, andava a casa dei contadini e diceva -deme un piato de menestra anca a mi-”.

E Roberto Ferretti nel volume “Segare la Vecchia e bruciare di Marzo” del 1984 annotava che “…ad Alberese i veneti si pongono come comunità alloglotta: continuano a parlare come nella loro terra patria e solo quando si trovano in presenza di altri si forzano di usar l’italiano”

E ancor oggi nelle case di Alberese si sente parlar veneto, anca se sempre manco …

Ettore Beggiato

Presidente onorario Associazione “Veneti nel mondo”

 

Un viaggio nella storia…

Chi ha detto che non si può partire?
Associazione Veneti nel Mondo ti propone un viaggio nella storia con “San Marco. Il leone e l’evangelista” di Aldo Rozzi Marin. #ioleggoacasa

Ricordiamo e festeggiamo il primo marzo, capodanno veneto

29 febbraio 2019   more veneto

Ricordiamo e festeggiamo il primo marzo, capodanno veneto

Il primo marzo è sempre stato considerato nella storia della Repubblica Veneta il capodanno veneto;  nei documenti e nei libri di storia si trovano le date relative ai mesi di gennaio e febbraio seguite da “more veneto” per sottolineare questa peculiarità veneta: incominciando l’anno veneto il primo di marzo, gennaio e febbraio erano gli ultimi mesi dell’anno passato (si veda, come esempio, la data del comunicato).

Il capodanno veneto originariamente era stato fissato al 25 marzo, giorno della fondazione di Venezia (421),  per i credenti giorno dell’annunciazione del Signore,  e, secondo una leggenda greca, giorno della creazione del mondo; in un secondo tempo fu anticipato al primo marzo per comodità di calcolo.

Emblematico quanto successe il 9 marzo 1510 nel luogo ove adesso sorge il Santuario della Madonna dei Miracoli a Motta di Livenza (Tv), la Madonna apparve a un contadino del posto e gli disse “Bon dì e bon ano!”

Per la verità nelle tradizioni delle nostre comunità un ricordo del capodanno veneto ha continuato, magari inconsciamente, ad essere presente: pensiamo al “bati marso”, al “brusar marso”, ai botti prodotti spontaneamente con il carburo…

Un altro tassello della nostra storia e della nostra identità che va valorizzato, anche per onorare il Serenissimo Bepin Segato che più di ogni altro si era impegnato per riproporre questa festa.

Recentemente  è stato festeggiato in diverse città venete  il capodanno cinese (è l’anno della Topo); qualche giorno fa  gli amici tibetani hanno festeggiato il loro capodanno (Losar) e per tutti noi è stato un momento per ribadire la nostra solidarietà alla  nazione del Tibet  vergognosamente calpestata dalla Cina; il 21 marzo i curdi festeggeranno il loro capodanno (Newroz) e sarà l’occasione per tutti coloro che credono nel diritto dell’autodeterminazione per tutti i popoli per stringersi attorno al popolo curdo,   non parliamo poi delle ricorrenze e delle celebrazioni  di altri popoli, di altre religioni  (si pensi solo al Ramadan): ma nel Veneto del futuro ci sarà spazio anche per i Veneti ?

Intanto  “Viva San Marco!”  per ricordare e festeggiare l’arrivo del nuovo anno veneto.   

ETTORE BEGGIATO

 

Dal Brasile arriva su Amazon il dizionario veneto-portoghese

Gli amici veneti-brasiliani mi girano una gran bella notizia: la seconda edizione del “Dissionario talian-portoghese” di Darcy Loss Luzzatto è disponibile anche su Amazon.

Darcy Loss Luzzatto, vulcanico autore ed editore, è l’alfiere di tutti coloro che parlano el “talian” (o veneto-brasiliano), una vera e propria leggenda vivente della lingua e della cultura taliana; dopo aver stampato volumi come “Talian: Nocoes de gramatica, historia e cultura”, in pratica un manuale per imparare “el talian” ad uso dei ..brasiliani, “El nostro parlar”, “Ghen ‘avemo fato arquante”e tanti altri,  ecco questa nuova fatica: pagine e pagine  di temini come fàvaro,  cuciaro, cunicio tradotti in portoghese con relative spiegazioni.

Per esempio, freschin, praticamente intraducibile in italiano, in brasiliano diventa “odor desagradavel” e per spiegarlo meglio l’amico Darcy aggiunge un ” Che bira zela questa? La sa de freschin!” che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni…..

Una lingua, “el talian” o veneto-brasilian, che va considerata l’ultima lingua neo-latina conosciuta, singolare koinè su base veneto-centrale nella quale si innestano termini brasiliani; una lingua “viva”, usata quotidianamente sul lavoro o all’università, per scrivere canzoni e poesie, per fare  teatro, alla radio o alla tv.

Emblematico il caso di Serafina Correa, cittadina di 12.000 abitanti dove per una settimana all’anno il talian è “lingua ufficiale”.

E proprio a Serafina Correa, nel Rio Grande do Sul, risiede Paulo Massolini, medico chirurgo, discendente di famiglie che arrivano dalle provincie di Bergamo, Pordenone e Vicenza, che ha portato il “talian” ad essere riconosciuto dal governo federale di Brasilia come  “Patrimonio Culturale Immateriale del Brasile”, prima lingua minoritaria brasiliana che ha ricevuto tale riconoscimento; il talian viene correntemente parlato da milioni di brasiliani, ed è la seconda lingua più parlata dell’immenso paese latino-americano dopo il portoghese.

Pochi conoscono le dimensioni dell’emigrazione veneta: dal 1875 in avanti si calcola che quasi un milione di veneti abbiano cercato fortuna all’estero, viste le disperate condizioni nelle quali si era venuta a trovare la nostra regione all’indomani dell’annessione all’Italia.

In buona parte andarono in Brasile, soprattutto negli stati meridionali, Rio Grande do Sul, S. Catarina, Paranà. Qui fondarono paesi e città, rimanendo però fedeli alla loro cultura, alle loro tradizioni,  alla loro lingua.

Ma facciamo parlare i protagonisti. Ecco come inizia la presentazione della prima edizione padre Rovilio Costa dell’Academia Rio-Grandense de Letras, autorevolissimo esponente della cultura taliana, autore di decine di volumi, alcuni dei quali pubblicati dalla Fondazione Agnelli:

“Darcy Loss Luzzatto no’l ga mai desmentegà la so lengua. E atraverso la

lengua no’l ga mai desmentegà la so gente, la so storia.”

E dopo una ricostruzione quanto mai dettagliata dei primi anni di emigrazione veneta,  lancia un chiaro messaggio a chi arriva dall’Italia e dal Veneto:

“Prima de tuto, che i italiani, sia veneti o de altre region, i vegna in Brasil rispetando la nostra cultura taliana, la nostra lengua che la ze el Talian, no par imporre el so modo de veder e de far”

E più avanti: ” Par noantri l’è importante l’italiano, e l’è importante el talian, questo parchè, solo questo, lo ghemo parlà fin incoi. E i nostri genitori i ze stai proibidi de parlar Talian e no italiano che no i lo ga mai imparà.”

Si calcola infatti che appena l’un per mille degli emigranti approdati in Brasile sapesse parlare l’italiano ufficiale (il toscano).

E l’introduzione dell’autore, inizia così:

“I nostri vecii, co i ze rivadi, oriundi de i pi difarenti posti del Nord d’Italia, i se ga portadi adrio no solche la fameia e i pochi trapei che i gaveva de suo, ma anca la soa parlada, le soe abitudini, la soa fede, la so maniera de essar…. Qua, metesti tuti insieme, par farse capir un co l’altro, par forsa ghe ga tocà mescolar su i soi dialeti d’origine e, cossita, pianpian ghe ze nassesto sta nova lengua, pi veneta che altro, parchè i veneti i zera la magioranza, el Talian o Veneto brasilian.”

E conclude con una poesia che dovrebbe essere diffusa nel nostro Veneto, dove scandalosamente c’è gente che si vergogna di parlare la lingua veneta, e soprattutto nelle nostre scuole:

“Com’e bela ‘a nostra lengua, com’è melodiosa. E poetica.

Basta parlada con orgolio e alegria, mai con paura o co la boca streta e  vergognosa. E si con onor, con tanto tanto amor  e simpatia”.

ETTORE BEGGIATO, cittadino onorario di Serafina Correa- Rio Grande do Sul

Pittarini, l’Omero del Veneto emigrato in Argentina

DOMENICO PITTARINI, L’OMERO DEL VENETO.

“Ghe cago ai talgiani”, “ste sènache porche” (sènache, persone magre e patite), “i ne monde, i ne tosa, i n’inciòa, gnancora saemo un fiol de na scroa” (ci mungono, ci tosano, ci inchiodano come un figlio di una scrofa), “marsoni” (massoni), “dente salvadega che magna i cris-ciani, pì pedo dei Truchi e dei Luterani” (gente selvaggia che mangia i cristiani, peggio dei turchi e dei luterani): non sono le imprecazioni di un pericoloso indipendentista veneto del terzo millennio, ma le potete trovare citate nel ponderoso  volume “Il Veneto” di una prestigiosa casa editrice “Giulio Einaudi Editore” stampato nel 1984 nella collana “Le regioni dall’unità a oggi”.

A pagina 8 l’autorevolissimo prof. Silvio Lanaro parla di “secca avversione per –Talgia- e –talgiani- che dilaga dopo l’annessione del 1866”: e prende ad esempio le colorite espressioni di Andola nella commedia “La politica dei villani” di Domenico Pittarini; una commedia che ebbe una grandissima diffusione nelle campagne venete a cavallo fra l’ottocento e il novecento.

Ma chi è l’autore che ha tale coraggio e tale passione civile da denunciare le pessime condizioni dei nostri veneti che passano da un padrone all’altro (dall’Austria all’Italia) e si ritrovano sempre più disperati? La Sua è proprio una storia emblematica…  

E’ Domenico (Menego) Pittarini e il suo nome, come al solito, dice poco o nulla alla stragrande maggioranza dei veneti  che invece sanno tutto sulle oche del Campidoglio….

Domenico Pittarini nasce ad Ancignano di Sandrigo il 28 agosto 1829, compie gli studi ginnasiali a Bassano, si laurea in farmacia a Padova nel 1849 e  a Vicenza fa le prime esperienze di farmacista.  

Membro del “Comitato Liberale Vicentino”, associazione segreta, è arrestato nel 1859 dalle autorità austriache: non ci troviamo quindi di fronte a un’austriacante ma a un patriota veneto che ben presto si accorge  come il Veneto sia diventato una colonia del neonato Regno d’Italia.  

Rimesso in libertà trova lavoro prima nella farmacia di S. Piero in Gù (Pd), poi a Fara Vicentino ove rimane dal 1878 al 1888; travolto dai debiti dovuti fondamentalmente alla sua generosità e all’incapacità di riscuotere i crediti, parte per l’Argentina dove vive stentamente per tredici anni e dove muore il 28 novembre 1901  a El Trebol (Santa Fe).

In una lettera inviata pochi giorni prima della dipartita al nipote scrive:

“Morirò lontano dalla patria, senza poter rivedere i parenti e gli amici che ancora mi restano, conviene che mi rassegni. Quello che soprattutto mi rode l’anima, si è di non aver potuto, in tredici anni d’America, soddisfare i miei creditori, unico scopo per cui ebbi l’ardire di attraversare l’Atlantico a sessant’anni”.

La sua opera più conosciuta è sicuramente “La politica dei villani”, commedia in due atti scritta a S. Piero in Gù negli anni 1868-69 e ristampata già nel 1884; la fama del Pittarini è notevole e viene chiamato “L’Omero dei poveri”.

“-La politica dei villani- venne letta da due generazioni di contadini, durante le veglie nelle stalle, alla scarsa luce della lampada a petrolio. Mandata a memoria da molti, ci sono ancor oggi dei vecchi contadini che ne ricordano larghi brani. Alcuni versi, pronunciati a modo di proverbio, sono diventati i cavalli di battaglia della saggezza campagnola”; così il prestigioso Ferdinando Bandini nelle note introduttive alla ristampa del 1960, Neri Pozza Editore.  

Altra commedia di successo del Nostro fu “Le elezioni comunali in villa” stampate a Schio nel 1912 presso la tipografia dei fratelli Miola, nella  quale l’autore sembra proprio descrivere i fatti tragicomici che caratterizzarono il plebiscito-truffa di annessione del Veneto all’Italia il 21-22 ottobre 1866 e le successive elezioni. Ecco un dialogo estremamente significativo:

I° contadino: Ciò, chi ghetu metesto ti sulle schene ?

II° contadino: Mi gnente, me le ga consegnà el cursore scrite e tuto.

I° contadino: E anca mi istesso, manco fadiga.

II° contadino: Manco secade.

Anche questa commedia ha un percorso…accidentato; solo nel 1981 vengono ristampate diverse copie ciclostilate per iniziativa della “Fraja Vixentina Menego Pitarini” dell’Union Veneta; nel 1989 ristampo l’opera come “Union del Popolo Veneto” e la stessa viene ripresa dalla Cooperativa Teatrale Ensemble di Vicenza dell’amico Roberto Giglio grazie al quale l’opera ritorna in scena ed è stata rappresentata anche recentemente: emblematico come alle volte basta qualche fotocopia per rimettere in gioco una commedia della quale si erano smarrite le traccie…

Nel 1980 Neri Pozza Editore ristampa “Laude a Molvena e altre poesie in lingua rustica”; degne altresì di nota le collaborazioni del Pittarini ai giornali dell’epoca “Il Summano”, “L’iride” e “El visentin” dove a volte si firma “Niccodemo”

Dai suoi lavori emerge un profondo conoscitore della realtà che lo circonda, degli umori e delle convinzioni del popolo veneto, ma soprattutto il Pittarini, con i gustosi dialoghi dei suoi contadini, anticipa le conclusioni che gli storici più obiettivi saranno costretti a trarre dopo oltre un secolo: il risorgimento fu  nel Veneto  un fatto elitario, che coinvolse quattro massoni e quattro liberali e  che vide la stragrande maggioranza del nostro popolo del tutto estranea, se non ostile, agli eventi che segnarono in maniera decisiva la storia della nostra regione;  significativo in questo contesto  che il Pittarini inserisca nella sua opera le ribellioni di Thiene e di San Germano (Ciene e San Dreman nella lingua dell’epoca) nei quali fu necessario l’intervento delle forze dell’ordine per reprimere la protesta  popolare: due dei numerosi episodi anti Savoja che caratterizzarono i primi anni della cosiddetta unificazione e dei quali la storiografia ufficiale si è sempre ben guardata di parlarne …

Altro dato fondamentale di tutta l’opera del Pittarini è la lingua parlata dai protagonisti: “un dialetto rustico” lo definisce lo stesso autore che non ha ancora subito gli effetti devastanti e massificanti della lingua italiana.

Lo stesso Bandini sottolinea come “la lingua patria rimane uno strumento ignoto al contado”; la lingua veneta del Pittarini è una lingua viva, di una espressività unica, a volte tragica, a volte comica, sempre permeata di buonsenso, di acuta osservazione, di dignità.

Interessante poi osservare come nella “Politica dei villani” venga inserito un vocabolarietto con tre tipi di parlata: l’italiano, il vernacolo (parlato dalle persone più in vista come il sindaco, il segretario ecc.) e il rustico (parlato dalla maggioranza della popolazione).

Del tutto particolare l’attenzione dello scrittore nel riportare con estrema attenzione le parole nuove che vengono sistematicamente “storpiate” dai nostri contadini (quasi un rifiuto della lingua italiana). E così carabinieri diventa “carbonieri”, scrutinio “grustinio”, mappamondo “nacamondo” ecc.

Un’ultima sottolineatura, giusto per evitarmi qualche rimbrotto da parte dei cultori del “Menego”; l’espressione completa usata dalla battagliera “Andola”  è: “Ghe cago ai talgiani, li mando a Teolo”;

Teolo, oggi suggestivo borgo degli Euganei, nell’ottocento, per gli abitanti della pianura vicentina,  era proprio un posto fuori del mondo…    

    

ETTORE BEGGIATO, già assessore regionale ai rapporti con i Veneti nel mondo.

Dalle Bocche di Cattaro a Cittadella, mostra “L’arte degli ex-voto”

A Cittadella nella Chiesa del Torresino in via Garibaldi 58 sarà presentata la mostra “L’arte degli ex-voto”, organizzata dall’associazione “Love onlus” in collaborazione con la Pro Loco e con il patrocinio del Comune di Cittadella.

La mostra, curata e realizzata da Piero Pazzi, è composta da riproduzioni degli ex-voto del Santuario della Madonna dello Scarpello di Perasto, località situata nelle Bocche di Cattaro (Dalmazia, ora Montenegro).

Nel corso dell’ottocento si assiste al declino degli ex-voto in argento sostituiti da una produzione in forma artigianale di soggetti notevolmente più modesti.

In questo contesto la ricchezza artistica delle Bocche di Cattaro assume ancora maggiore importanza e costituisce una superba collezione di ex-voto in argento dell’età barocca, in particolare della civiltà veneta.

Un insieme peculiare, un unicum in Europa, giacché in nessun altro luogo ci risulta una concentrazione così massiccia di ex-voto in argento di quest’epoca, fatto che si deve ad una circostanza fortuita, visto che il Santuario scampò ai saccheggi delle armate napoleoniche.

Perasto che appartenne alla Serenissima Repubblica Veneta dal 1420 al 1797 è conosciuta per la fedeltà dei suoi abitanti alla Serenissima, culminata nello struggente addio al Veneto Serenissimo Gonfalone del 23 agosto 1797:

“Par trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre par Ti, o San Marco; e fedelissimi sempre se avemo reputà Ti con nu, nu con Ti; e sempre con Ti sul mar nu semo stai illustri e vittoriosi. Nissun con Ti ne ha visto scampar, nissun con Ti ne ha visto vinti e spaurosi!

Nella stessa sede, lunedì 20 gennaio alle ore 20.45 verrà presentato il volume di Ettore Beggiato “1439: galeas per montes. Navi attraverso i monti”

L’inaugurazione si terrà il giorno sabato 11 gennaio alle ore 17.00.

Ettore Beggiato