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7 giugno 2016|non in elenco|

Spettacolo teatrale “Vozi de qua e de la’ del fosso grando” – Cinema Teatro Lux, 7 marzo 2017

A quasi un mese di distanza dallo scorso 7 marzo, ci piace ricordare lo spettacolo teatrale “Vozi de qua e de là del fosso grando” con qualche foto.

Lo spettacolo teatrale “Vozi de qua e de là del fosso grando” sul tema dell’emigrazione italiana, ed in particolare Veneta di fine ‘800, ideato e recitato da Federico Pinaffo, è stato presentato da Enrico Grandesso ed accompagnato dal Coro A.N.A. di Novale – Sezione di Valdagno.


Il link per visualizzare l’intero album di foto è il seguente: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.1565882193444546.1073741899.207330955966350&type=1&l=10b7f2e40d

4 aprile 2017|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, News dal Veneto|

La Fameja, Gianni Sardo

Durante la vista ad Arborea  ho avuto il piacere di conoscere Gianni Sardo il quale ci ha letto una poesia sulla famiglia. Ha acconsentito con piacere alla mia richiesta di poterla condividere con i soci e amici della Veneti nel Mondo.  Buona lettura! Aldo Rozzi Marin

17 marzo 2017|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin|

IL COMPOSITORE TIZIANO BEDETTI E LA COREOGRAFA OLGA ARU, ÉTOILE DEL BALLETTO DI MOSCA, IN SCENA A NEW YORK.

Il compositore italiano Tiziano Bedetti, autore con il celebre librettista italo-americano Mario Fratti del musical “Madam Senator”, firma un nuovo progetto artistico internazionale con Olga Aru, coreografa e prima ballerina del Balletto di Mosca, residente negli Stati Uniti. Questa creazione nasce dalle musiche originali di ispirazione neo-barocca composte da Tiziano Bedetti che incontrano la danza. L’anteprima del balletto andrà in scena allo storico Palace Theatre di Lockport, nello Stato di New York, per il festival estivo di quest’anno, con il corpo di ballo Dyan Mulevey’s Dance Academy e Olga Aru, nel duplice ruolo di ballerina solista e di coreografa. L’evento è programmato per il 17 giugno p.v., ore 18.00. Come ci ha dichiarato Olga Aru, il lavoro è nato dallo studio e dalla riflessione su alcune composizioni di Bedetti e dal confronto diretto con l’autore che ha condiviso il progetto. Olga Aru ha affermato che la musica di Bedetti ben si addice alla danza per il suo ritmo pulsante e le chiare strutture formali; il suo carattere evocativo riesce a creare delle immagini viventi e coinvolgere da subito il pubblico, in un’ambientazione suggestiva. Il lavoro ha avuto inizio da un assolo e da un pas de deux e si è sviluppato, successivamente, in un intreccio con più ballerini divenuto il nucleo principale dello spettacolo. Per il compositore italiano, lavorare con la Aru è stato molto positivo in quanto, da tempo, ricercava la collaborazione con un coreografo che rappresentasse la continuità con la grande tradizione dei balletti russi. Bedetti ha espresso che Olga Aru possiede la massima competenza e preparazione nel repertorio classico e neoclassico e la conoscenza dello stile moderno, jazz e contemporaneo e tutto questo, l’ha indirizzata ad operare una sintesi personale, davvero vicina alla sua estetica musicale. Bedetti ha apprezzato le coreografie della Aru e la ritiene una artista professionale e carismatica, ricca di idee che riesce a trasmette immediatamente ai suoi ballerini e al pubblico una grande energia. Bedetti non è nuovo a New York che ha già visitato in diverse occasioni e ha potuto apprezzare per la vitalità artistica e intellettuale. Ci ha raccontato che i suoi primi contatti risalgono a quasi venti anni fa, quando risultò finalista all’INMC Composers Competition della New York University. Successivamente, ebbe le sue prime esecuzioni americane proprio alla Carnegie Hall e alla Casa Italiana Zerilli Marimò; ha dedicato alla “Grande Mela” il suo Big Apple Concerto per clarinetto e orchestra scritto per David Shifrin, su commissione del mecenate americano Lawrence Dow Lovett. Diversi emittenti radiofoniche newyorkesi hanno trasmesso la sua musica. Con gli Stati Uniti, sono proseguite altre occasioni di lavoro, recentemente, Bedetti ha scritto, su commissione, un brano cameristico per i professori della Chicago Symphony Orchestra ed ha avuto svariate esecuzioni in diverse università americane. L’intenzione dell’autore, in contatto con la comunità italiana di New York, è di creare un ponte tra Italia e Stati Uniti, coinvolgendo i migliori musicisti italiani nell’esecuzione della musica dal vivo che accompagni le creazioni di Olga Aru. Bedetti ci confida che anche in Italia ci sono tanti bravi musicisti che bisognerebbe far conoscere al pubblico. La Aru e Bedetti auspicano di portare lo spettacolo in un tour internazionale che tocchi le principali città europee, la Russia e l’Italia, continuando a  credere nel progetto e  a lavorare in sintonia con grande entusiasmo

OLGA ARU è prima ballerina, insegnante e coreografa ucraina. Ha studiato alla Scuola di Danza di Donetsk, laureandosi all’Accademia Nazionale di Kiev nel 2008, in danza classica e pedagogia. Si è perfezionata con Varvara Mihailovna Potapova, Alla Rubina e Olivier Patey, étoile del Grand Opera di Parigi e Chevalier des Arts et Lettres della Repubblica Francese. Ha ricevuto numerose borse di studio e premi tra cui il “Crystal Shoe” e il “Dance Beyond Boards”. E’ stata prima ballerina solista del Balletto di Mosca e direttrice delle audizioni, responsabile delle prove e dei casting nei tour negli Stati Uniti della stessa compagnia. Membro e rappresentante dell’International Dance Council – CID, organizzazione per tutte le forme di danza, sotto l’egida dell’UNESCO, ha partecipato ai simposi nelle edizioni di Atene e Parigi nel 2014, presentando il suo documento “Danza moderna per diverse generazioni sul finire del secolo”. Ha lavorato con la compagnia Aleph e il Balletto Incommunicado a Roma, il Greek Northern Ballet e la Talmi Entertainment Inc. , per il ventesimo anniversario del tour americano del Balletto di Mosca. Ha al suo attivo i ruoli principali nei grandi classici della danza: “Lo schiaccianoci” (Danza Orientale, Danza Russa, Danza Cinese), “Il lago dei cigni”(White Adagio, Pas de Trois, Prima Variazione femminile, piccolo Cigno) “La bella addormentata” (Blue Bird), “Don Chisciotte” (Kitri Variation, Friend Variation), “La Sylphide”, “Notte di Valpurga” (Dama Bianca), “Cat in Boots”, “Snow White and the Seven Dwarfs”, “Turquoise Land”, “Dream of Peace”, “Femme”, “Hear of Snow Queen”. E’ protagonista nei ruoli principali de Les Ballet Persans diretti da Nima Kiana a Stoccolma (Svezia), e ballerina solista alla Novaya Opera Theatre di Mosca (Russia), all’Opera Nazionale del Cairo (Egitto), con la prima assoluta del musical austriaco “Tut Ankh Amon”, nel ruolo della Sacerdotessa Egiziana, al Silesian State Opera Slaska (Bytom, Polonia), all’International Ballet Festival “Mikkeli” (Finlandia), all’Imperial Russian Ballet di Mosca (tour in Spagna, Portogallo e Cina). Si è esibita con la compagnia Franceconsert al Théâtre Comèdie a Parigi e in diverse altre città della Francia con repertorio classico. La sua attività artistica è stata recensita dai principali quotidiani e magazines ottenendo recensioni positive da parte della critica. Sue interviste e coreografie sono andate in onda nelle più importanti televisioni americane quali: NBC news, ABC news, KFNB, KFBB, WXYTZ-Tv, TV PA, WBKO, WQOW TV, EL PASO TX.

TIZIANO BEDETTI compositore italiano, docente al Conservatorio di Adria. Si è diplomato in pianoforte, composizione, musica corale e direzione di coro con il massimo dei voti, presso il Conservatorio della sua Città. Si è perfezionato in Composizione con Bruno Coltro, Bruno Bettinelli, Goffredo Petrassi. Si è diplomato all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in Roma e all’Accademia Musicale Chigiana di Siena con Azio Corghi. Ha studiato orchestrazione con Jon Ward Bauman. È stato premiato in concorsi nazionali ed internazionali di composizione. Ha ricevuto lo Jahrespreis 2001 dalla STAB  Foundation  di Zurigo (Svizzera). Ha ottenuto il Premio Speciale Fuori Concorso per Alti Meriti Culturali, Associazione Culturale e Teatrale “La Luce dell’Arte” di Roma e la Benemerenza Civica dalla Città di Adria, come “compositore di chiara fama”. I suoi lavori sono stati eseguiti in Italia e all’estero presso importanti sale, teatri e festival tra cui: Expo di Milano 2015 (Milano), Auditorium “G. Verdi” (Milano), Piccolo Teatro Grassi (Milano), Festival Nuova Consonanza (Roma), Auditorium Parco della Musica (Roma), Teatro Stabile R. Greco (Roma), Festival Antidogma Musica (Torino), Festival Internazionale Nuova Danza (Cagliari), Hall of the National  Radio (Sofia, Bulgaria), Università di Parigi (Francia), Stockholm New Music Festival (Svezia), National Gallery of Australia (Canberra, Australia), Michelangelo Hall (Nairobi, Kenya), Teatro Romano di Leptis Magna (Libia), Carnegie Hall (New York, USA), New York University (USA), Schwartz Center for  Performings Arts of Emory University (Atlanta, USA), Sala  Rossellini (Los Angeles, USA), Griya Jenggala (Giacarta, Indonesia), Akat Concert Hall (Tokyo, Giappone), Festival Pro Art (Praga, Repubblica Ceca), Palazzo Sternberg (Vienna, Austria), Conservatorio Rimsky-Korsakov di S. Pietroburgo, Museo Puškin di Mosca (Russia). Le sue composizioni sono state eseguite dall’Orchestra Filarmonica di Torino, l’Orchestra d’archi Italiana, Choir of the Belgorod Philharmonic (Russia), Orchestra da Camera di Kazan (Russia), Ensemble d’archi dell’Orchestra Filarmonica della Yakutia (Russia), Northwest Missouri State University Spring Orchestra (USA), Orchestra Sinfonica de la Provincia de Tucumán (Argentina), Orquestra Sinfônica di Paraíba (Brasile). Le principali emittenti gli hanno dedicato interviste e trasmesso le sue composizioni quali: RTVE (Radiotelevisione spagnola), Radio WDR di Colonia (Germania), SR2 (Germania), Concertzender (Olanda), BFBS (Inghilterra), RTÉ Lyric (Irlanda), Klassika Raadio (Estonia), Radio Muza (Georgia), Radio ITU (Turchia), Radio Budapest (Ungheria), WNYC Radio (New York, USA), WQXR Radio (New York, USA), WPRB Radio (USA), Radio Vaticana (Città del Vaticano), RAI-Radio 3 (Italia). Ha pubblicato per le edizioni RaiTrade, Curci, Rugginenti, Carrara, Bèrben, Bayard Nizet (Belgio), Bardon Enterprises (Inghilterra), Harrock Hall (USA). Ha inciso per AlfaMusic, Ariston, Phoenix Classics, Rara Records, Vdm Records e Tactus. Ha all’attivo lavori per teatro, danza, orchestrali, vocali e strumentali tra cui il balletto “Il Colore delle Stagioni” e l’opera-musical “Madam Senator”, su libretto del drammaturgo italo-americano Mario Fratti.

Links:

http://www.tizianobedetti.com/

http://lockportpalacetheatre.org/

http://www.nutcracker.com/youth-auditions/meet-audition-directors/olga-aru#prettyPhoto

https://www.youtube.com/watch?v=Nwmad8Z4mBY

https://www.youtube.com/watch?v=dOI2NZc7-WE&t=164s

17 marzo 2017|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin|

GOFFREDO PARISE “Imbarazzante che -non trovi posto- in città”

GOFFREDO PARISE “Imbarazzante che -non trovi posto- in città”

Leggo sul GdV il nuovo aggiornamento sull’intitolazione di una via (o una piazza) a Goffredo Parise; è francamente imbarazzante che una figura straordinaria come quella di Parise non trovi ancora posto nella toponomastica vicentina a oltre trent’anni dalla morte.

Vorrei approfittare di questa occasione per riproporre un Suo articolo uscito sul Corriere della Sera del  7 febbraio 1982: una testimonianza particolarmente intensa  di che sentimenti provava per la nostra Terra veneta Goffredo Parise …

Ettore Beggiato

“Il Veneto è la mia Patria. Do alla parola Patria lo stesso significato che si dava durante la prima guerra mondiale all’Italia: ma l’Italia non è la mia Patria e sono profondamente convinto che la parola e il sentimento di Patria è rappresentato fisicamente dalla terra, dalla regione dove uno è nato. Sebbene esista una Repubblica Italiana questa espressione astratta non è la mia Patria e non lo è per nessuno degli italiani che sono invece veneti, toscani, liguri e via dicendo. L’Unità d’Italia non c’è mai stata nonostante la “Patria” del Risorgimento, della prima guerra mondiale, della seconda e della costituzione repubblicana in cui viviamo.

Sono nato a Vicenza, una città di pietra grigiastra dalle colonne spropositate, che in molti punti sembra finta, fatta di magnifiche “quinte” teatrali che si riassumono infatti meravigliosamente nel teatro Olimpico di Andrea Palladio, che però è di legno ed è un teatro. Anche Vicenza lo è, e non è mai stata per me una città ma appunto un teatro senza nome, in tutte le sue vie, grandi e piccole, grigie, umide e leggermente muschiose. In questo teatro ho ambientato cinque miei romanzi, senza mai far riconoscere direttamente la città perché appunto la vedevo e la ricordo come un teatro in cui si può cambiare commedia ma non scenografia. È fatta di scorci, di angoli, di improvvise colonne bianco-grigie, lievemente funerarie e grosse come alberi tropicali, non è gentile, graziosa o fantastica come Venezia ma sempre fitta e alle volte solenne appunto come le foreste tropicali. Il resto, la parte per cosi dire umile, è invece campagnola.

Sono nato, cresciuto e vissuto a Vicenza fino ai diciotto anni e poi a Venezia e poi a Milano, e poi a Roma e poi nel mondo. Mi è bastato poco per eleggere nel mio animo Venezia a capitale del Veneto, ed è di quella città che mi sento figlio, ma non interamente. A Venezia l’acqua si accosta alla terra in lagune e se dovessi dire quale è veramente il centro della mia terra direi che è quella parte di terraferma che non è né terra, né acqua ed è tutte e due insieme e sente sempre comunque il sapore della Laguna e vede il colore del cielo che non è né soltanto di terra (come intorno a Ferrara) né soltanto di mare come a Capri. Sono i colori del cielo di Francesco Guardi e di Tiepolo.

Lo notammo insieme a Giovanni Comisso, un giorno, sui ghiaioni del Piave ed egli mi disse: « Queste sono le nuvole del nostro cielo».

tuttavia ho girato il mondo fino a quando mi ha sorretto la gioventù e lo spirito di curiosità e di ansia esistenziale che, oltre a Comisso, doveva avere certamente per primo Marco Polo. Con lo stesso candore ed incoscienza noi veneti abbiamo girato il mondo: ma la nostra Patria, quella per cui se ci fosse da combattere combatteremmo è soltanto il Veneto. Con il ricordo dei suoi odori di polenta che uscivano un tempo dai fumaioli delle case durante l’inverno uggioso, nebbioso e nordico, gli odori di paglia, di letame, di grano e di fieno durante l’estate. Quando vedo scritto all’imbocco dei ponti sul Piave: « Fiume Sacro della Patria » mi commuovo ma non perché penso all’Italia bensì perché penso al Veneto. Fuori del Veneto per me è terra straniera e forse ostile. Non ho mai combattuto come altri possono aver fatto questo sentimento perché è veramente il più forte, né amo in maniera particolare i veneti per il solo fatto di essere veneti.

Ci sono i buoni e i cattivi, per lo più sono piuttosto ignoranti, non mi sono particolarmente simpatici, trovo più simpatici altri di altre regioni, ho pochissimi amici veneti. Ma il Veneto resta la mia Patria perché vi sono nato: semplicemente. Il mio sentimento è lo stesso di un contadino che è sempre rimasto li e ha la sua terra e la sua falce preferita che gode ad arrotare cavandone suono brillante. So distinguere le campane del Veneto da ogni altro suono di campane, specialmente quelle della Basilica di Monte Berico a Vicenza, non le ho mai dimenticate e se ne risento il suono nell’immaginazione mi prende la stessa allegria del mattino di domenica quando, da ragazzo, mi svegliavo al loro suono.

Non mi sono mai interessato di politica, né nazionale né internazionale perché è politica che riguarda solo marginalmente la mia Patria. E tuttavia, detto tutto questo, non sono più veneto da molti anni e se la mia regione ha ormai spazi internazionali il mio sentimento è piccolissimo e fortissimo ed è tutto racchiuso nel Veneto, specie sulle immense ghiaie infocate del Piave durante l’estate e l’azzurro torrente che vi scorre in mille rivoli e pozze gelide.

Del Veneto amo Venezia, Treviso, e Cortina d’Ampezzo, i luoghi da me più frequentati. Ritengo che le Tofane e le grandi e scintillanti distese di neve su tutta la Conca Ampezzana ma anche al di là verso la provincia di Bolzano, quella cresta punta che si chiama monte Lagazuoi, in vetta al passo del Falzarego, siano la mia Patria. Che quella qualità di neve, invernale o primaverile su cui gli sci scricchiolano appena durante l’inverno e scivolano durante la primavera, siano più di ogni altro elemento quello distintivo della mia Patria. La neve della mia Patria è sempre stato l’elemento primo della mia vita non soltanto sportiva, anzi lo sport non c’entra niente. L’ho baciata, mangiata, leccata, carezzata molte volte. Mi sono immerso in quella neve un giorno o due dopo le grandi nevicate come in un bagno di fresca vita con gli occhi rivolti al cielo immensamente azzurro e al sole, puntino bianco dai raggi accecanti. Ho sorpreso camosci nella loro intimità primaverile, sfiorato caprioli, agguantato a tuffo una pernice bianca e solo per poco mi è mancato un gallo forcello, rotolando con loro lungo i bianchi pendii. Ho guardato da lontano, stando sempre sugli sci, i piccoli paesi che si vedono dalle alte vette nevose, con i loro campanili già austriaci e piano piano scendendo nel silenzio li ho raggiunti. Quasi sempre solo o in compagnia di amici che provavano il mio stesso sentimento. Ho infine guardato la neve scendere quando le saltava il ticchio di scendere, lenta, sottile e fatata, dalle finestre di una casetta ben riscaldata, per ore e ore senza accorgermene, tanta smania avevo di lei, sempre e sempre.

Venezia, il sogno di tutti i sogni, l’ho conosciuta da solo senza guide, d’inverno girando per le calli e perdendomi in conti­nuazione e scoprendo la sua bellezza stranamente lagunare e non marina (il mare sta nel sud dell’Italia oppure a nord, in Liguria) che odora di alghe e anche un poco di merda. Qua e là qualche fritto di pesce. Ho infinitamente amato (quasi come l’odore della neve nel vento) l’odore dei pontili d’estate, che sta tradii forte salso, lo iodio e quello della pelle al sole appena uscita dall’acqua. Le lunghe passeggiate sulla spiaggia mai deserta del Lido dove si è tutti fratelli, sorelle, cugini, zii, nonni, dominata da due grandi alberghi che si ergono come una lus­suosa clinica il primo e come immensa moschea aguzza di minareti in un miraggio da deserto il secondo. Ho amato con brividi di piacere le fresche stradine sepolte di verde del Lido, con cespugli popolati di lucciole, canaletti e poi improvviso il mare Adriatico con la sua luna calma e rossa. Della Laguna e delle sue isole ho già accennato che piano piano, a lembi, a strappi, si avvicinano alla terraferma e da dove si vedono sempre incombere le montagne azzurre o coperte di neve. Ed ecco arrivare tra un lembo e l’altro di barena Punta Sabbioni e Jesolo, cosi pazzamente colorata d’estate e cosi deserta come il Sahara d’in verno, percorsa da venti gelidi là dove migliaia di tende e roulotte stavano pochi mesi prima, per il rincorrersi sempre troppo rapido delle stagioni cosi diverse una dall’altra.

Ecco dunque la terra che si innesta quasi immediatamente nella Marca Trevigiana attraverso le campagne di bonifica, altro mare di granoturco solcato dal fiume Piave che si fa largo e piatto alla foce, fiancheggiato da vigneti. Ed ecco, andando verso Treviso, il Piave rifarsi quello che è, torrente, con le sue isole tra le ghiaie, le grandi bilance da pesca che lo coprono da una riva all’altra e poi farsi ruscello, ragnatela di ruscelli dal rumore leggero di sorgente contro i sassi delle infinite prode.

Treviso è una città contadina, esistono ancora sellai e un mercato pieno di oggetti fatti a mano per il lavoro della terra o della casa di campagna; coltelli, falci, trappole per i topi, canestri seggiole di paglia, graticole, spiedi e coltellini con il manico di legno, dritti e ricurvi e tutto è ricoperto da quell’odore di grasso e di consorzio agrario, di semi e bulbi, che ognuno (spero) conosce, salvo gli abitanti delle grandi città. Anche tutti questi oggetti e odori sono la mia Patria. Non parlerò del dia­letto che come scrittore non amo perché soltanto in questo penso che la mia patria linguistica è l’italiano, che può anche essere una traduzione psichica del dialetto stesso ma non amo i dialetti come lingua letteraria: i dialetti (tutti) sono fatti per essere par­lati e nel luogo esatto dove sono nati e sviluppati, in quei picco­li luoghi perché il dialetto cambia da un chilometro all’altro.

Eppure non l’ho scordato e sempre quando posso parlo con infinito piacere il dialetto perché è la lingua della mia Patria. Piano piano sparirà e la sua conservazione, la più poetica per quanto riguarda la mia Patria, si troverà un giorno nei micro­film delle poesie di Andrea Zanzotto che nel Galateo in bosco, l’ ultimo suo libro, ha raggiunto altissimi gradi di musica per­pendicolare, come una sonda conficcata a Pieve di Soligo dai sottoboschi marcescenti di castagni, con i suoi ragni e bisce e vermiciattoli e suoni a mezzo tra vegetali e animali, talpacei, dentro la nostra terra fino al centro del globo a raggiungere fuochi o rose danteschi.

Ma il centro vero e solo e unico della mia Patria lo dirò ora: è una casetta, una specie di casa delle fate, minuscola e vecchia, con tutto vecchio dentro ma efficiente e caldo a cominciare dal focolare, che sta proprio sui bordi del Piave e spesso ne  viene sommersa. A mezzo metro da una finestrella che ho fatto aprire verso nord per guardare le montagne e la neve, in maggio arriva 1’upupa a trafficare per il suo nido, rizzando la sua crestina va­nitosa e giustamente “ilare” come dice il poeta. A pochi metri, su un altro salice picchia il picchio, con quel movimento del becco come la piccozza del minatore o dello scalatore di vette. Le rane cantano dentro piccoli stagni e ruscelli che si gettano nel Piave, le lepri, all’alba, giocano all’amore in coppie, in piedi, una rivolta verso l’altra come danzando, un alveare naturale si e formato tra i due vetri di una finestrella e da un giorno al­l’altro, un grosso gufo è sceso dal camino in una frana di fulig­gine odorosa, le lucciole girano e il sapore del mare quando è scirocco giunge ad avvertire che la partenza, se voglio, può es­sere imminente oppure no, a seconda dell’estro. La mia Patria è Ponte di Piave, un paesetto vicino un chilometro, con una fon­tana di acqua ferruginosa, ma sto qui, abito a Roma, all’estero. Perché? Perché cosi è la vita. Goffredo Parise”

Ettore Beggiato

da “Il GIORNALE DI VICENZA” martedì  7 MARZO 2017

 

 

 

 

17 marzo 2017|> metti in Home Page, Ettore Beggiato|

Consultazione di importanza storica

Nel 2017 secondo le dichiarazioni del Presidente della Regione Veneto, sig. Luca Zaia, ci sarà una consultazione popolare di importanza che non è esagerato definire storica e che riguarderà la cittadinanza residente sul territorio dell’ente amministrativo da lui amministrato.
La scelta delle parole di questo incipit è stata molto attenta, perché a chi scrive e, si spera, a chi legge deve essere sempre chiara la differenza tra i confini geografici attuali dell’ente amministrativo della Repubblica Italiana, denominato appunto “Regione Veneto”, e quello che è invece il “limes” storico, geografico e demografico della Patria Veneta, per la quale varrà il discorso di un eventuale futuro referendum per l’autodeterminazione del popolo veneto, in modo indipendente e separato dallo Stato italiano.
Rimanendo dunque sull’attualità, salvo voltafaccia clamorosi e ingiustificabili, si terrà nel 2017 un referendum ammesso dalla Corte Costituzionale della Repubblica Italiana che sottoporrà alla decisione dei cittadini della Regione Veneto la mutazione dei rapporti tra questa e lo Stato, in materia di competenze esclusive, nella direzione di maggiore autonomia decisionale e nella gestione delle risorse fiscali.
Si tratta di molto meno di quanto spererebbero le persone che, leggendo i tempi presenti nella nuova era aperta dal fenomeno della Globalizzazione, hanno già capito che per preservare libertà, democrazia, efficienza e Bene Comune è doveroso riorganizzare le istituzioni politiche, in modo da superare il modello dello Stato centrale di vaste dimensioni territoriali, invalso negli ultimi due secoli di Storia. Tuttavia, in attesa che tale consapevolezza si estenda a una percentuale sempre più ampia della popolazione e non solo in Veneto, è necessario avere coscienza dell’epocale importanza di un esito nettamente favorevole alla riforma di questa consultazione popolare.
Le ragioni storiche, antropologiche, culturali ed economiche che hanno determinato l’approdo a questo referendum vanno ricercate nella diversità del Veneto rispetto all’Italia, sulla quale sarebbe stucchevole e forse perfino privo di rispetto per la cultura dei lettori soffermarsi. Invece è essenziale ragionare sulle prospettive politiche implicate all’esito del voto.
Una partecipazione massiccia con un esito incontestabile darebbe una forza politica notevole sia ai rappresentanti istituzionali che avranno il compito di trattare i termini delle riforme, sia alle forze politiche ancora in crescita che mirano alla futura autodeterminazione della Patria Veneta, ma che al momento attuale ancora non riescono a trovare spazio perché, senza una meta concreta visibile, sono considerate affette da velleitarismo in rapporto alle elezioni italiane. Una vittoria al referendum segnerebbe di certo una svolta nella politica veneta e innescherebbe un processo destinato ad essere irreversibile, in direzione della riconquistata indipendenza della Repubblica di San Marco.
Viceversa, la prevalenza di ritrosie, distinzioni, eccezioni, disinteresse, astensione, vanificherebbe anche il pronosticato ampio margine di consenso alla richiesta di riforme autonomiste.
L’occasione per dimostrarsi coesi pur nelle diversità, perché prioritariamente appartenenti a un popolo che è diverso da quello dello Stato che lo governa, è storica e non va sprecata. Far capire alla comunità internazionale che il popolo veneto esiste ancora, che ancora si riconosce come tale e, pertanto, ha il diritto di essere riconosciuto da tutti come tale è di importanza decisiva, mentre mancare questa occasione metterebbe per lungo tempo una pietra tombale alle speranze di indipendenza che ardono in Veneto come in tante altre terre europee, dalla Catalogna ai Paesi Baschi, dalle Fiandre alla Scozia, dalla Corsica a numerose altre realtà che non hanno, comunque, neanche lontanamente una tradizione storica di indipendenza e sovranità di durata millenaria, come hanno i Veneti.
L’auspicio è quello di veder sorgere comitati di attivisti che superino gli steccati dell’appartenenza partitica, nel nome di un bene superiore e condiviso; di vedere cioè l’embrione di un popolo rinascente nella sua identità specifica e consapevole, capace pertanto di perseguire un obiettivo comune. Una volta ottenuto il successo, nulla potrà mai più essere come prima e quand’anche ci volesse più tempo del necessario, la strada sarà tracciata e l’approdo finale sarà inesorabile.
Siamo in attesa della comunicazione della data del voto, stiamo aspettando che il sig. Luca Zaia indica il referendum. Per il rapido evolversi dei fatti mondiali e per la necessità di stare al passo con la Storia, il popolo veneto non può più aspettare e non potrà perdonare eventuali tradimenti. Il Presidente Zaia scelga se vuol essere ricordato come un politico importante o dimenticato come una mezza figura d’opportunista. Tocca a lui, adesso. Poi toccherà al popolo dimostrare al mondo intero se ancora esiste una Patria Veneta, se ancora desidera far vivere la propria Repubblica.

17 marzo 2017|> metti in Home Page, Davide Lovat|

“Vozi de qua e de là del fosso grando”

L’Associazione Veneti nel Mondo è lieta di invitarvi allo spettacolo teatrale di divulgazione e poesia sull’emigrazione veneta tra il XIX e il XX secolo, “Vozi de qua e de là del fosso grando”, composto e recitato da Federico Pinaffo.

Lo spettacolo si compone di due parti. Una prima parte,  narrativa, nella quale, passando per alcuni casi particolari (il Montello, il Polesine…) si presentano, documenti alla mano, le principali motivazioni che hanno mosso i veneti ad emigrare in massa negli anni tra il 1876 ed il 1914, e se ne ricordano le illusioni e le delusioni. La prima parte si conclude con un breve richiamo al non sempre felice arrivo nella “terra promessa”. La seconda parte è data dall’interpretazione di poesie di autori veneti  (a parte due) sull’emigrazione italiana. Le poesie sono divise in tre gruppi ideali: quelle della Partenza, quelle della Nuova Patria, quelle della Nostalgia e del Ritorno.

La serata è stata patrocinata da tutte le Associazioni Venete di Emigrazione appartenenti al C.A.V.E. (Coordinamento delle Associazioni Venete di Emigrazione): Associazione Trevisani nel Mondo, Associazione Veronesi nel Mondo, Associazione Bellunesi nel Mondo, Ente Vicentini nel Mondo, Associazione Nazionale Emigrati Ex Emigrati Australia e Americhe, Padovani nel Mondo, Ufficio Migrantes Diocesi Adria – Rovigo ed Unione Triveneti nel Mondo, dal Coro A.N.A. Novale – Sezione di Valdagno, dall’Università degli Adulti e degli Anziani – sede di Camisano Vicentino e dall’Istituto Rolando da Piazzola di Piazzola sul Brenta.

Introdurrà la serata Aldo Rozzi Marin, presidente dell’Associazione Veneti nel Mondo, presenterà Enrico Grandesso. Illuminotecnica e suoni di Paolo Canova.

Martedì 7 marzo 2017, Cinema Teatro Lux – Via Marconi, 20 Camisano Vicentino (VI)

27 febbraio 2017|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, News dal Veneto|

Da New York: “Par tera, par mar, San Marco!”

Il 7 gennaio 2017 si è tenuto un concerto presso la “Carnegie Hall” a New York, in onore de “La Serenissima”: “Music and Arts from Venetian Republic”, eseguito dalla “Venice Baroque Orchestra”, Maestro Andrea Marcon.


Vi ripropongo qui un video girato durante le prove del pomeriggio, con un brano tratto da la “Juditha Triumphans” di Antonio Vivaldi, compositore Veneto.

 

Con un finale a sorpresa…! Buon ascolto!

9 febbraio 2017|> metti in Home Page, Attualità, Categorie, Davide Guiotto|

Gondola: lo sapevi che…

La gondola è sicuramente uno dei simboli più famosi di Venezia. Un’imbarcazione storica veneta che nasconde molte curiosità…

La parte metallica della prua delle gondole ha un significato che pochissimi conoscono. Si chiama Dolfin, e racchiude in sé l’essenza di Venezia.
La grande “S” Metallica che ne compone quasi la totalità sta a simboleggiare il Canal Grande, di cui richiama la forma. La parte più alta simboleggia invece il cappello del Doge.
Una piccola mezzaluna richiama la silhouette del ponte di Rialto e il piano del bacino di San Marco. I sei rettangoli nella parte esterna simboleggiano i sei sestieri (quartieri) di Venezia, mentre quello interno richiama la Giudecca.
I tre chiodi metallici che vengono chiamati foglie, all’interno degli spazi lasciati dai sopracitati rettangoli, simboleggiano invece le tre isole più importanti della laguna veneta: Murano, Burano e Torcello. Secondo altre fonti, non rappresenterebbero le tre isole ma i chiodi della croce di Cristo, visto che Venezia era devota alla Madonna ma per rispetto non si poteva rappresentarla sull’imbarcazione.

26 dicembre 2016|> metti in Home Page, Autori, Categorie, Davide Guiotto, Storia|

I Veneti, faro di civiltà

Eredi di una Civiltà antichissima, i Veneti furono un popolo di grandi viaggiatori.

A muoverli c’era un indomabile spirito di avventura, una sete di conoscenza non disgiunta dal desiderio di elevare la propria vita, anche arricchendola di cose belle.

La via dell’ambra

La via dell’ambra

I Veneti divenuti poi famosi per viaggi in terre misteriose, in realtà battevano vie commerciali le cui origini risalgano alla preistoria.  La più famosa è la Via dell’Ambra, che rappresenta un antico itinerario di trasporto, commercio e lavorazione di tale materiale: era un intero sistema di vie commerciali, che dai Mari Baltico e del Nord, luoghi d’estrazione della merce, conducevano verso le Civiltà mediterranee.  Infatti, nella Penisola Italica, in Grecia ed in Egitto, l’ambra grezza era trasformata in preziosi monili.

Le Venezie erano uno snodo cruciale di questa rete, anzi questo tragitto ricalcava la grande direttrice d’espansione dei Veneti antichi dal Centro Europa verso Meridione.

Il traffico dell’ambraera controllato da genti venetiche e risale all’età del Bronzo Antico.  Il cuore dell’attività estrattiva è tuttora la penisola di Samland, nella “exclave” russa di Kaliningrad, chiamata in Russo Янтарный край, cioè zona dell’ambra: oggi, su quelle coste marine, si ottengono con sistemi estrattivi di livello industriale dalle 300 alle 500 tonnellate annue della preziosa sostanza.  Dai dintorni dello Samland, il viaggio seguiva il corso dei fiumi: si raggiungeva la foce della Vistola e risalendola si arrivava al fiume Warta, dopodiché s’imboccava l’affluente Prosna fino al corso superiore dell’Oder in Slesia e poi avanti, lungo la Morava, fino al Danubio.

Dove la Morava si congiunge con il Danubio si trovava Carnuntum (Petronell, in Austria), mercato e crocevia delle antiche strade mercantili.  Da Carnuntum l’ambra passava all’antica Pannonia (Ungheria) – verso i Balcani settentrionali – e ad Aquileia nelle Venetiae, dove sorgevano raffinati centri manifatturieri.

I viaggi di Marco Polo

I viaggi di Marco Polo

Fu durante il Medioevo che lo sciame di navigatori ed esploratori veneti raggiunse un prestigio a livello mondiale. L’opera conosciuta come Il Milione è il resoconto del viaggio di Marco Polo, appartenente ad una famiglia che si era stabilita a Venezia nel 1033 proveniente dall’isola di Sebenico in Dalmazia. Insieme al padre Niccolò e allo zio Matteo, Marco partì da Trebisonda e, attraversate sconfinate terre incognite, giunsero fino a Pechino; furono i primi Europei a percorrere la Via della seta.

Tuttora in Cina, che i Veneziani chiamavano “Catai”, vi è un affezionato ricordo e grande ammirazione per la famiglia Polo: in Estremo Oriente Venezia è sempre stata vista come l’apice della Civiltà Occidentale.  Dopo un primo viaggio in Cina del padre e dello zio, Marco Polo nel 1271 si unì a loro per questo incredibile viaggio che durò un ventennio, una missione svolta per conto del Pontefice Gregorio X; furono accolti con tutti gli onori dall’uomo più potente di allora, Kublai Khan, del quale Marco divenne l’ambasciatore, ma che non voleva privarsi della compagnia di questi Veneti. Finalmente ebbero il permesso di partire, avendo ricevuto come importante incarico conclusivo quello di scortare la principessa mongola Cocacìn verso la Persia, nel suo nuovo regno. Quando i Polo rincasarono a Venezia, dovevano sembrare degli Orientali, non li riconosceva più nessuno, neppure i parenti.

Il mappamondo di Fra’ Mauro

Il mappamondo di Fra’ Mauro

Per secoli chiunque, mercante o ambasciatore, dovesse compiere viaggi in Oriente dovette servirsi, come guida, del libro “Il Milione”, che conteneva i ricordi di viaggio dei Polo; persino la Repubblica Serenissima ne fece varie volte omaggio per questi scopi. Le informazioni contenute nel testo formarono la base delle prime carte geografiche. Anche il mappamondo del religioso muranese Fra’ Mauro (di metà ‘400) continuava a riportare le medesime indicazioni. Passavano i secoli e la guida dei viaggi mondiali restava la stessa, cioè Il Milione, sicché Cristoforo Colombo, scoperte le Americhe, morì convinto di essere approdato con le sue navi nel Catai, come i Polo chiamavano la Cina!

I Polo ebbero come iniziale centro dei loro interessi commerciali la Crimea, in quanto la principale direttrice battuta dai Veneti verso l’Oriente era il Mar Nero. Una volta attraversato questo mare estrema propaggine del Mediterraneo, gli scali d’arrivo erano due, uno proiettato verso Sud rispetto al Mar Caspio e uno verso Nord. Il primo fu appunto attraversato dai Polo nei loro viaggi ed era Trebisonda, mentre quello verso Nord ebbe una storia particolare. Si tratta di Tana (in Greco Tánaïs, cioè fiume Don), antica città situata alla foce del fiume Don nel Mare di Azov, dato che coincide pressappoco proprio con l’odierna Azov. È ad un tiro di schioppo (è il caso di dirlo, dato che laggiù si combatte ancora) dalla Repubblica di Donetsk e dalla città russa di Rostov sul Don. Tana fu fondata come colonia dai Greci nel VII secolo a.C. e divenne un importante emporio per il commercio, soprattutto di schiavi, con gli Sciti. I Veneti la fecero rinascere, prima frequentandola nel Trecento e poi ricostruendola più volte.

Mappa con indicazione del centro commerciale Tana

Mappa con indicazione del centro commerciale Tana

Lo Stato Veneto interveniva in modo penetrante e massiccio in economia, mantenendo la natura pubblica di gran parte dei mezzi di produzione e di commercializzazione, pur lasciando libere la proprietà e l’iniziativa privata. L’estesa rete di servizi pubblici, invece, non era proprietà dello Stato, ma di istituti religiosi cattolici, come nel caso di orfanatrofi e ospedali, oppure anche privati, ma sempre animati da scopo devozionale. Non solo era di proprietà pubblica l’Arsenale (allora era la più grande industria del mondo, costruiva sia le navi, sia il loro armamento), ma anche la principale flotta commerciale: ogni anno partivano imponenti convogli, sia verso l’Atlantico, sia verso Levante, detti “mude”, scortati dalla flotta da guerra. Sugli scali in Oriente Venezia vendeva le merci occidentali e acquistava quelle orientali, realizzando così guadagni stratosferici: dato lo sforzo immane compiuto dallo Stato, il prelievo fiscale si concentrava proprio su questi introiti mercantili, mentre le attività ordinarie soggiacevano ad una tassazione irrisoria.

Tana fu dunque l’anello che congiungeva il traffico del Mediterraneo con numerose vie carovaniere provenienti dalla Russia, dalla Crimea, dal Caucaso, dalle steppe mongoliche e dall’Estremo Oriente, avvalendosi anche dei fiumi Don e Volga; infatti, tra le maggiori merci ivi trafficate troviamo cereali e caviale (uova di storione). Il percorso tra Tana e Pechino durava 270 giorni, ma per tornare vivi bisognava avere una carovana di almeno sessanta persone. I diritti veneziani sulla Tana risalgono a quelli concessi Khan dell’Orda d’Oro Ganī Bek, morto nel 1357,  ma il luogo era esposto a conquiste e incursioni di terribili eserciti. Nel 1395 il Tamerlano, Tīmūr Barlas, Generale turco-mongolo, la distrusse, facendo prigionieri tutti i Cristiani tra Don e Volga. Venezia non si perse d’animo e Bianco da Riva, Andrea Giustinian e Maffeo Barbarigo ottennero dal Khan il permesso di edificarla di nuovo,  con annessi una serie di privilegi. Una seconda distruzione nel 1410 indusse Andrea Contarini a fortificarla meglio, munendo le mura tra il 1420 e 1424 di tre porte circondate da torri, (Superior, Giudacia, Ianuensis).

La necessità di contatti con tutto il mondo conosciuto spinse lo Stato Veneto ad organizzare il primo corpo diplomatico stabile della storia. La più potente arma della Repubblica era un efficiente e ben istruita rete diplomatica, che riforniva senza sosta il Veneto Senato di minuziose informazioni.

Lo storico Romanin ricorda come già all’inizio del Trecento Venezia avesse l’ambasciata attiva in Inghilterra e che nei Misti del Senato c’è traccia di un consolato nel 1391 addirittura presso il Siam (odierna Thailandia).

Il Leone Marciano all’ambasciata veneta di Leopoli

Il Leone Marciano all’ambasciata veneta di Leopoli

L’amico Danilo Morello ha fatto la felice scoperta che nella celebre città  di Leopoli (antico insediamento fortificato ed importante centro commerciale, oggi annessa alla Repubblica di Ucraina), esisteva dal 1598 l’ambasciata della Veneta Serenissima Repubblica.  Egli ci riferisce che l’antico edificio esiste ancora ed è tra i più bei e antichi palazzi della città, affacciati sulla grande piazza del mercato (Ploscad Rynek); esso porta il nome del suo antico e primo proprietario, perciò si chiama Palazzo Massari. L’antica ambasciata veneta si distingue ancora, perché sopra il portale, su una mensola in pietra, conserva l’originale Leone Marciano andante verso destra, avente libro aperto e recante la data del 1600.

Il Dalmata Antonio Massari era un ricco mercante veneziano, che nel 1610 venne insignito del titolo di ambasciatore dal Bailo di Pera (quartiere veneziano di Costantinopoli). L’attività del Massari spaziava dal commercio di tessuti preziosi ai contatti culturali con lo Studio di Padova (l’università nazionale veneta), dove studiavano medicina e giurisprudenza giovani appartenenti alle varie Nazionalità, tra cui quelle slave. Nella biblioteca di Leopoli si conservano ancora numerose opere, stampate e provenienti da Venezia.

Antonio Pigafetta

Antonio Pigafetta

La storia delle esplorazioni geografiche è stata scritta, così, in buona parte da Veneti, non solo da Veneziani e Chioggiotti. È celebre il caso del vicentino Antonio Pigafetta, navigatore, geografo e scrittore che compì la prima circumnavigazione del globo terrestre intrapresa al servizio della Corona spagnola tra il 10 agosto 1519 e il 6 settembre 1522; egli rilevò nel comando della flotta il portoghese Ferdinando Magellano dopo la morte di questi, portando a termine la spedizione di cui lasciò il dettagliato resoconto.

Mi piace ricordare altre due figure leggendarie di esploratori veneti del Novecento. Una nota società remiera di Venezia porta il nome del Tenente di Vascello Francesco Querini, morto nel 1900 tra i ghiacci del Polo Nord nel corso di una spedizione scientifica organizzata e condotta dal Duca degli Abruzzi.  Querini era un Veneziano addetto alle ricerche mineralogiche e braccio destro del comandante Cagni.

Una nobile figura di eroe è quella dell’aviatore di Malamocco Pierluigi Penzo. Si distinse durante la Prima Guerra Mondiale sul fronte del Piave, a difesa degli spazi aerei del Regno d’Italia. Terminato il conflitto, non lasciò l’aviazione, ma diventò maggiore. Era il periodo delle spedizioni al Polo Nord e Penzo venne chiamato con il suo Marina II, un idrovolante SM55 – Dornier Wal, nel tristissimo epilogo della spedizione del “dirigibile Italia” di Umberto Nobile.

Pierluigi Penzo fu uno dei tanti sfortunati soccorritori dei naufraghi della Tenda Rossa, dove i sopravvissuti rischiavano il congelamento, che alla fine furono salvati da una nave rompighiaccio russa; perì in Francia il 31 agosto 1928 durante il volo di avvicinamento tra Strasburgo ed Avignone, quando il Marina II toccò un fascio di cavi elettrici nelle vicinanze di Valente, spezzandosi in due e precipitando nel Rodano. Il corpo del maggiore veneziano venne ritrovato due settimane dopo l’incidente, a circa 50 km a valle del luogo dove era stato visto cadere l’aereo. Pierluigi Penzo venne decorato con la medaglia d’argento dell’aeronautica alla memoria e venne sepolto nel cimitero di San Michele a Venezia.

Edoardo Rubini

23 dicembre 2016|> metti in Home Page, Autori, Categorie, Davide Guiotto, Lingua|

Un angolo del Brenta.. In Brasile! Benvenuti a Colombo!

Un angolo del Brenta.. In Brasile! Benvenuti a Colombo!

di Giorgia Miazzo

          Marcel Proust diceva che Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi……

                Non si può andare in Sud America e perdere l’occasione di attraversare lo Stato del Paraná che fa parte dei ventisette stati del Brasile ed è anche il quinto più ricco. Suddiviso in otto regioni, è conosciuto per le straordinarie cascate di Iguazù, per baie ricoperte di foreste di mangrovie, per zone con formazioni rocciose e gole profonde, nonché per città con urbanizzazioni moderne e per monumenti come la Cattedrale di Maringá, seconda più alta nel Sud America.

Vicino alla capitale Curitiba, grande e popolata con quasi 2 milioni di abitanti e valutata la città più verde, ecologica e esemplare brasiliana, molto visitata anche da turisti italiani, si trova Colombo, una piccola città con solo 200.000 abitanti. Già il suo nome fa soffermare, e anche se si sa che l’appellativo deriva dal latino columba ed è tra i simboli più diffusi nelle immagini cristiane proprio perché esprime la sua purezza, questo nome deve averlo ricevuto in omaggio da Cristoforo Colombo.

È una città con meraviglie naturali di rara bellezza come la Grotta di Bacaetava! L’hanno scoperta degli immigrati italiani 140 anni fa ed ora è il patrimonio speleologico più importante della regione oltre al più conosciuto e visitato data la sua vicinanza a centri urbani. È una grotta che si trova nella zona rurale di Colombo, all’interno di un parco con 173 mila metri quadrati di foresta nativa, ha ben 700 milioni di anni, e nei suoi 200 metri di lunghezza la percorre un fiume che riprende la sua corsa fuori della grotta. Si esplora una ricca flora e fauna, formazioni rocciose, stallatiti e stalagmiti che quando si incontrano formano delle colonne molto particolari e affascinanti. Attraversarla è semplicemente una esperienza indimenticabile… nel cammino, si sente solo il rumore del proprio passo che rimbomba nel totale silenzio interrotto dalle gocce d’acqua e dal canto degli uccelli che svolazzano.

Questa città dal nome delicato, ha iniziato a popolarsi nel 1878 quando 162 contadini/un gruppo di coloni italiani capeggiati da Angelo Cavalli arrivarono dalla città di Morretes, 70km da Curitiba, per stabilirsi. In quell’anno creano una colonia che si chiama Alfredo Chaves.

Il suo sistema produttivo si basa sulle industrie che estraggono calce e calcare e in modo particolare sull’agricoltura con importanti coltivazioni di orto frutta. Dal Colle della Croce, 1200 metri, ossia il punto più alto della città di Colombo, si possono vedere piccole aziende in stile italiano.

Rende onore a questa gente anche il buon vino che producono e le viti si trovano in tutto il territorio, sono orgogliosi delle loro produzioni, tant’è che sulla bandiera di Colombo è stampata anche una bella immagine di un grappolo d’uva.

Ogni anno fanno una importante Festa dell’UVA e del Vino, quest’anno è alla 16esima edizione. È davvero un’ occasione da non perdere perché c’è allegria, buona musica italiana, canti e balli dei primi immigrati italiani che si sono incontrati a Colombo, e abbonda il vino di qualità e cibo italiano.

La cosa originale avviene quando passeggiando per le viuzze si incontrano tanti connazionali che  riconoscono la lingua veneta e si fermano per fare amicizia e ti accolgono con simpatia e affetto senza pari.

Magari sorprende scoprire che non sono turisti in vacanza ma persone che discendono da genitori, nonni e bisnonni partiti alla fine del 1800 dai nostri paesetti in cerca di fortuna o solo di un opportunità per mantenere la propria famiglia.

Qui si possono ancora trovare esempi di quelle case provvisorie che il governo dava ai coloni, resta qualche casa in pietra, poi c’è un museo con una casetta in legno che contiene molti pezzi del loro passato.

È la solita storia di immigrazione, ma che stupisce perché mai ci si immagina di trovare proprio li una parte di veneto riprodotto accuratamente e con infinito amore in tutto quello che gli avi gli hanno insegnato.

L’origine della popolazione di Colombo è soprattutto italiana, convivono anche etnie francesi, tedesche, inglesi e svizzere, benché sia molto considerevole quella polacca. Secondo i dati del 2008, nella comunità di Colombo risiedono dai 20 ai 30 mila discendenti, dei quali 5 mila capiscono e comunicano in veneto. Ogni anno da circa 10 anni celebrano la Settimana Italiana con musica, banchetti, una serata di filò e la serata finale.

I paesini dai quali derivano sono molto nostrani come Solagna, Vastagna, Bassano, Marostica, Campolongo, e così via… oppure si fa conoscenza con famiglie dal cognome Ongaro, Bettinardi, Canestaro, originari da Carmignano di Brenta in provincia di Padova.

Nel 1880, Francesco Busato insieme ad altri immigrati ha fabbricato il primo mulino di farina di mais con la ruota idraulica e nello stesso anno ha messo in piedi la prima fabbrica di porcellana artistica del Brasile, considerata la migliore.

In questa città, culla della immigrazione italiana e che pochissimi italiani vengono a visitare, le persone che ci incontrano non stanno nella pelle dalla felicità. Sono molto amorevoli, non sono abituati alla nostra visita e nonostante l’ emozione, quando si inizia a discorrere ci si capisce al volo, le distanze si accorciano e in qualche modo per entrambi ci si ritrova a casa.

Molti di loro hanno origine tra Treviso, Padova e Vicenza, partiti soprattutto dalla Val Brenta e di consegueza sono brentaroi. Si rivelano persone molto semplici, socievoli e con lo stupore di aver incontrato un veneto della Italia in carne ed ossa che gli va a far visita. È emozionante sentire un calore così sincero da persone che conosci da qualche ora, ma che magari i loro nonni erano amici dei tuoi o magari i loro avi abitavano in un paese poco distante dal tuo e discorrendo scopri che hanno lo stesso cognome di un tuo compagno.

L’ospitalità è così cordiale e festosa che non si può rinunciare… Ti accolgono alla loro toea (tola) come se fossi un essere raro e prezioso, alla sera insieme fanno il (filò) fiò, il colore giallo lo chiamano daeo (zalo, zaeo), il topo per loro è il sorde (sorze), i capelli li chiamano cavigi (cavei) e come un tempo, per loro i suoceri sono missier e madonna (sòcero, sòcera). Poi si raccontano: nialtri simo na famegia de barba, amia, derman e dermana e favimo…

È una lingua cristallizzata e parlano un impeccabile talian, lo stupore mi pervade così tanto che starei con loro senza limite di tempo. I ricordi dei nonni riaffiorano insieme ai loro termini che non sono cambiati dopo oltre cent’anni. Non serve nient’altro che ascoltare e in un baleno si torna bambini, con la leggerezza e la semplicità tipica della nostra indole. Grandi lavoratori, credenti, molto legati ai valori della famiglia ma anche amanti della buona cucina, della buona musica, del ballo, e loro anche esperti conoscitori del mondo. Famiglie sane,  coraggiose, che non si sono vendute per la fama o per i soldi, si sono guadagnate con grandi sacrifici la considerazione di cui ora vanno fiere. Ancora oggi lavorano sodo per vivere e mantengono alti e intoccabili i valori ereditati e il rispetto per una nazione o paese che spesso preferisce dimenticarli.

Intanto mi osservano, cercando nello sguardo la calda e rassicurante atmosfera assorbita dai loro avi. Sono orgogliosi di farmi sapere che sanno a memoria filastrocche, proverbi, molti racconti, storie, come coltivano, cosa mangiano e come fanno il filò. Una frase mi colpisce al cuore quando mi dicono “sai di casa nostra”.

… le ore scorrono veloci e l’argia (aria) si sta rinfrescando… per un po’ torno bambina e prometto di non dimenticare, di raccontare, e di ritornare per rivivere questa atmosfera incantata che a malincuore devo ammettere, da noi è dimenticata.

19 dicembre 2016|> metti in Home Page, Giorgia Miazzo, News dal Mondo|

Lingua veneta, quand’era considerata il moderno inglese

Per motivi ideologici, magari non evidenti neanche all’intellettuale che si pronuncia contro l’ipotesi dell’esistenza di una “lengua veneta” (che pur esiste e gode ottima salute dato che è usata da milioni di venetofoni) si può dimenticare anche il fatto storico di cui ad esempio parla la studiosa Bruna Mozzi nel suo libro “Venezia e i Turchi”, riedito di recente dal Gazzettino.
L’Autrice ci descrive una situazione durata per secoli, che è continuata anche dopo il tramonto drammatico con l’arrivo della soldataglia napoleonica. L’uso della lingua veneta nell’area adriatica e mediterranea, anche tra etnie diverse, per cui essa divenne una specie di inglese usato per intendersi tra turchi, “greghi”, levantini in genere, oltre ai dalmatini della costa e ai veneti veri e propri. Si usava un veneziano, è vero, ma adattato poi alla località di provenienza di chi lo parlava, per cui era un veneziano spurio, una “lengua veneta” vera e propria.

“Se ti vedi el Gran Turco, parlighe in venezian”, era un motto comune nella Costantinopoli del 500, dove diplomatici ed interpreti potevano comunicare con il Sultano in veneziano, “l’inglese” del Mediterraneo.

Tra il Medio Evo e l’età moderna la progressiva affermazione della Serenissima nel Mediterraneo Orientale era responsabile di una diffusione senza precedenti del veneziano, che veniva capito e spesso parlato e scritto non solo nelle colonie direttamente amministrate da Venezia (come Zara, le Isole Ionie e Creta), ma anche nei territori limitrofi, quindi anche nei possedimenti degli Ottomani.
Complesse ed affascinati sono state le dinamiche delle irradiazioni nell’Adriatico orientale e nel Levante. Complessa è la storia del veneziano che fu una lingua internazionale fino al primo Ottocento, un po’ come l’inglese nell’Ottocento.

Era la lingua internazionale della navigazione, degli scambi internazionali e persino della diplomazia: lo testimoniano da un lato i numerosi documenti conservati all’archivio di Venezia e in molti altri archivi; dall’altro le numerose parole di origine veneziana passate al croato, all’albanese, al greco, all’arabo e al turco.

Ancora oggi, del resto, i turisti veneti in vacanza in Grecia, restano spesso sorpresi dall’aria familiare di molti vocaboli, da ‘karekla’ (sedia) , a ‘katsavidi’, cacciavite, fino a pirouni che nel dialetto greco di Cipro indica ‘forchetta’, cioè il veneziano ‘piron’.

Di Millo Bozzolan

14 dicembre 2016|> metti in Home Page, Autori, Categorie, Davide Guiotto, Lingua|

LUCA ZAIA: missione in America Latina. Visita dal 12 al 17 novembre in Argentina e Brasile.

Il Presidente della Regione del Veneto Luca Zaia si recherà in Argentina e in Brasile dal 12 al 17 novembre prossimo.

La Regione del Veneto fin dalla sua nascita mantiene un ponte con le sue comunità all’estero mediante un variegato programma di politiche dell’emigrazione che riguardano il sociale, iniziative culturale, scambi imprenditoriali, gemellaggi, formazione, associazionismo, etc., che negli anni si sono consolidati anche in Argentina e Brasile. Il Veneto storicamente legato all’emigrazione, oggi  guarda con attenzione le opportunità di sviluppo di iniziative commerciali e industriali con l’America Latina, dove tanti Veneti hanno avuto successo.

Le comunità  venete attendono con grande entusiasmo il loro Presidente, che tra l’altro ha legami familiari con l’America Latina: il nonno è nato in Brasile e in Argentina vivono alcuni parenti.

Il programma prevede:

domenica 13 novembre, Buenos Aires:  visita alla sede di Bellunesi nel Mondo,  incontro conviviale con la comunità Veneta presso il Circulo Recreativo la Trevisana, riunione con i Consultori Veneti nel Mondo dell’Argentina. Lunedì 14 novembre:  incontro con l’Ambasciatrice dell’Italia in Argentina, Teresa Castaldo,   visita a Palazzo Italia che ospita l’Istituto italiano di Cultura di Buenos Aires, l’Università di Bologna, il Consorzio delle Università italiane in Argentina, il Teatro Coliseo, la Camera di Commercio italo-argentina di Buenos Aires, a seguire incontri con gli esponenti del Governo della Provincia di Buenos Aires, riunioni con imprenditori veneti ed italiani in Argentina, rappresentanti del Sistema Italia (Agenzia-ICE, Camera di Commercio, ENIT, Istituto di Cultura, Consolato Generale di Buenos Aires).

Martedì 15 novembre: arrivo a Porto Alegre, stato di Rio Grande do Sul, la cosiddetta Ottava provincia del Veneto per il  numero di residenti veneti.  Nel pomeriggio, in località a Santa Tereza  di Bento Gonçalves, inaugurazione del Leone alato di San Marco, ultimo delle cinque statue del simbolo veneto che si levano al centro delle città brasiliane di Antônio Prado, Flores da Cunha, Ilópolis, Sobradinho. Il progetto Percorsi della memoria, LEONI NELLE PIAZZE” del Comitato Veneto do Estato do Rio Grande do Sul (COMVERS) è stato ideato dal venetobrasiliano Cesare Augusto Prezzi,  con il supporto della Regione del Veneto e l’adesione dell’associazione Veneti nel Mondo, il cui presidente Aldo Rozzi Marin sottolinea che “il leone alato ci ricorda di onorare l’impegno di rappresentare spiritualmente il mondo dell’emigrazione veneta, pieno di storie ed esempi di lavoro e sacrifici, di gente che vivendo all’estero si sente – in molti casi – più in Patria di quanto non lo siamo noi. Il monumento è un simbolo del Santo Patrono Veneto, che condensa in sé l’identità veneta, fatta di lingua, territorio, storia, esperienze e memorie comuni, fede”. All’incontro conviviale che seguirà all’inaugurazione parteciperanno i sindaci dei paesi gemellati con comuni veneti, imprenditori, i presidenti dei circoli della Veneti nel Mondo e delle associazioni venete di emigrazione, e i veneti residenti.

Mercoledì 16 novembre: cerimonia di commemorazione dei 140 anni di emigrazione veneta a  Bento Gonçalves,  visita alla Salton, che fondata da Domenico Antonio Salton che nel 1879 ha lasciato Cison di Valmarino, provincia di Treviso, in cerca di fortuna in Brasile, oggi è un’azienda leader nel settore vitivinicolo. A Porto Alegre  riunione con  il Presidente Heitor Muller, direttivo e collaboratori della Federazione delle Industrie/Fiergs , e giovedì  17 novembre  incontro con il Governatore dello Stato di Rio Grande do Sul, José Ivo Sartori.

L’associazione Veneti nel Mondo ringrazia il Presidente Luca Zaia per aver voluto realizzare questa storica missione, e invita tutti i veneti residenti a Buenos Aires, Porto Alegre e Bento Goncalves, e non solo, a partecipare agli eventi in programma. Referenti locali sono, oltre ai Presidenti dei Comitati e associazioni venete, i Consultori  Marco Targhetta del CAVA,  Argentina, e Cesare Augusto Prezzi  del COMVERS, Brasile.

Il Cammino “Da San Marco a San Marco” porta il Gonfalone di San Marco ad Arborea

Da San Marco a San Marco

Da San Marco a San Marco

 

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, è stato a Venezia ed in particolare in Piazza San Marco e nella Basilica. Pochi sanno però, che all’estremo occidente della nostra Regione esiste un paesino sulle rive del Lago di Garda, Pai di Sopra, nel comune di Torri del Benaco, con una piazza ed una chiesa dedicata, anche qui, all’Evangelista.

Il Cammino nasce dalla volontà di riportare San Marco ai Veneti e di unirli sotto l’immagine del loro partono. Unirli con un filo immaginario che va da un capo all’altro del Veneto, dal lago alla laguna, da una piccola Piazza San Marco alla grande Piazza San Marco, da una piccola chiesa alla grande basilica, in un connubio di ambiente, storia, cultura e fede.

Il Cammino è un evento organizzato dall’Associazione Culturale “San Marco Evangelista” in collaborazione con l’associazione Veneto Nostro – Raixe Venete, con il patrocinio dalla Regione del Veneto e il sostegno dell’Associazione Veneti nel Mondo, della Diocesi di Verona e della Lega delle Bisse del Garda. Rientra ufficialmente fra le attività istituzionali della Regione per celebrare l’annuale Festa del Popolo Veneto del 25 marzo.

Per alcuni fine settimana, volontari di tutte le età si alternano a percorrere le nostre terre da un estremo all’altro in una sorta di “staffetta” che rappresenta la solidarietà e l’unione che si crea fra i partecipanti. Compiendo ciascuno un tratto di un unico percorso, si scambiano un testimone che idealmente li lega fra loro: la Bandiera dell’antica Venezia, la Bandiera di San Marco nostro Partono, che passata di mano in mano ci ricorda che siamo il suo popolo.

Al termine della staffetta, il Gonfalone “testimone” del cammino, verrà consegnato direttamente al Patriarca di Venezia, assieme ai molti doni offerti durante il percorso dalle diverse amministrazioni comunali; un Gonfalone viene affidato all’associazione Veneti nel Mondo perché lo porti ad una comunità veneta all’estero. Nel 2009 è stato ricevuto dal C.A.V.A. dell’Argentina, nel 2010 dai veneti del Cile, nel 2011 dai Veneti del Paranà (Brasile), nel 2012 dai veneti di Santa Caterina (Brasile), nel 2013 dai veneti del Rio Grande do Sul (Brasile), nel 2014 dai veneti del Perù. Nel 2015 è stato consegnato alla comunità veneta di Santa Tereza del Rio Grande do Sul (Brasile) dove una scultura del Leone alato di San Marco è stata innalzata su una colonna della piazza principale della città. Il 29 ottobre 2016 è ad Arborea, in Sardegna nelle mani di Alberto Medda Costella, Presidente dell’associazione Veneti nel Mondo Sardegna, e Manuela Pintus, Sindaco di Arborea.

Il Cammino “da San Marco a San Marco” è un’iniziativa che vuole invitare i Veneti a riscoprire sempre più i grandi valori che sono ancora vivi fra la nostra gente, la fede, la storia, i luoghi, con il fine di unire le forze e far squadra per costruire, così come è stato per il glorioso passato, un nuovo grande futuro sotto le ali protettrici di San Marco. https://www.youtube.com/watch?v=89FFdppry9s/

No’ l’e’ solo nostalgia

Adriano Tagliapietra con il figlio, l’architetto Giovanni Tagliapietra, di Verona

Adriano Tagliapietra con il figlio, l’architetto Giovanni Tagliapietra, di Verona

Durante queste vacanze ho avuto il piacere di trascorrere una giornata sui monti Lessini con la famiglia Tagliapietra. Adriano mi ha letto una poesia dal suo libro Quel che passa el convento. Poesie e sonetti in Veronese (2014). Ha acconsentito con piacere alla mia richiesta di poterla condividere con i soci e amici della Veneti nel Mondo.  Buona lettura! Aldo Rozzi Marin

 

 

 

 

No’ l’e’ solo nostalgia

Erelo stà corajo, o desperassiòn

foresto tra i foresti,

come tanti in serca de un qualcosa;

l’è ‘ndado in Merica.

Con la scarsela piena de speranse

E, ‘na vecia valisa de cartòn…

Ma in tel zavajo

De tuti i so pensieri,

ogni sera

ghe vén un gropo in gol

e, na lagremeta ferma in balansola,

ghe slusega in dei oci

pensando al so’ paese,

a la so’ tera ala so’ cità

Par lu l’era solo quela la pì bela.

A pensarghe, serte note no’l dormèa.

E, quando che’l  s’aveva indormensà

l’era sempre la so’ tera che el sognava.

I ghe disèva che l’è nostalgia

i lo consolava con ciacole svasìe,

i ghe fodrava el servel e i oci

co’n saco de busie…

Ma quando che’l pensava ala so’ tera,

là ‘ndove gh’era piantà le so’ raise

ghe ciapava sempre un gropo al cor.

No! .. No’ l’era solo nostalgia

l’era tanto, tanto piassè

l’era … Amor…!

5 settembre 2016|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, Autori, Lingua|

Quando Venezia ha fatto leggere il mondo

Dov’è stato pubblicato il primo Corano in arabo?
Il primo Talmud?
Il primo libro in armeno, in greco o in cirillico bosniaco?
Dove sono stati venduti il primo tascabile e i primi bestseller?

La risposta è sempre e soltanto una: a Venezia.

arton63324Nella grande metropoli europea – perché all’epoca solo Parigi, Venezia e Napoli superavano i 150.000 abitanti – hanno visto la luce anche il primo libro di musica stampato con caratteri mobili, il primo trattato di architettura illustrato, il primo libro di giochi con ipertesto a icone, il primo libro pornografico, i primi trattati di cucina, medicina, arte militare, cosmetica e i trattati geografici che hanno permesso al mondo di conoscere le scoperte di spagnoli e portoghesi al di là dell’Atlantico.
Venezia era una multinazionale del libro, con le più grandi tipografie del mondo, in grado di stampare in qualsiasi lingua la metà dei libri pubblicati nell’intera Europa.
Committenti stranieri ordinavano volumi in inglese, tedesco, céco, serbo. Appena pubblicati, venivano diffusi in tutto il mondo.
Aldo Manuzio è il genio che inventa la figura dell’editore moderno. Prima di lui gli stampatori erano solo artigiani attenti al guadagno immediato, che riempivano i testi di errori.
Manuzio si lancia in progetti a lungo termine e li cura con grande attenzione: pubblica tutti i maggiori classici in greco e in latino, ma usa l’italiano per stampare i libri a maggiore diffusione. Inventa un nuovo carattere a stampa, il corsivo. Importa dal greco al volgare la punteggiatura che utilizziamo ancora oggi: la virgola uncinata, il punto e virgola, gli apostrofi e gli accenti. Dalla sua tipografia escono il capolavoro assoluto della storia dell’editoria, il Polìfilo di Francesco Colonna (1499), ma anche il bestseller del Cinquecento, il Cortegiano di Baldassar Castiglione, il libro-culto della nobiltà europea.

Nel suo volume “L’alba dei libri” Alessandro Marzo Magno racconta la straordinaria avventura imprenditoriale e culturale della prima industria moderna. Perché nei primi magici decenni del Cinquecento a Venezia si inventa quasi tutto ciò che noi conosciamo del libro e dell’editoria. La Serenissima resterà la capitale dei libri finché la Chiesa, che considerava la libertà di stampa un pericolo, non riuscirà a imporre la censura dell’inquisizione. Pietro Aretino, prima star dell’industria culturale e prototipo degli intellettuali italiani, da idolo delle folle diventerà un reietto. E la libertà di stampa cercherà nuovi rifugi nell’Europa del Nord.

 

Tratto dalla presentazione de “L’alba dei libri – Quando Venezia ha fatto leggere il mondo” – Collezione Storica Garzanti

29 luglio 2016|> metti in Home Page, Davide Guiotto, Pubblicazioni, Storia|