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7 Giugno 2016|non in elenco|

Dalle Bocche di Cattaro a Cittadella, mostra “L’arte degli ex-voto”

A Cittadella nella Chiesa del Torresino in via Garibaldi 58 sarà presentata la mostra “L’arte degli ex-voto”, organizzata dall’associazione “Love onlus” in collaborazione con la Pro Loco e con il patrocinio del Comune di Cittadella.

La mostra, curata e realizzata da Piero Pazzi, è composta da riproduzioni degli ex-voto del Santuario della Madonna dello Scarpello di Perasto, località situata nelle Bocche di Cattaro (Dalmazia, ora Montenegro).

Nel corso dell’ottocento si assiste al declino degli ex-voto in argento sostituiti da una produzione in forma artigianale di soggetti notevolmente più modesti.

In questo contesto la ricchezza artistica delle Bocche di Cattaro assume ancora maggiore importanza e costituisce una superba collezione di ex-voto in argento dell’età barocca, in particolare della civiltà veneta.

Un insieme peculiare, un unicum in Europa, giacché in nessun altro luogo ci risulta una concentrazione così massiccia di ex-voto in argento di quest’epoca, fatto che si deve ad una circostanza fortuita, visto che il Santuario scampò ai saccheggi delle armate napoleoniche.

Perasto che appartenne alla Serenissima Repubblica Veneta dal 1420 al 1797 è conosciuta per la fedeltà dei suoi abitanti alla Serenissima, culminata nello struggente addio al Veneto Serenissimo Gonfalone del 23 agosto 1797:

“Par trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre par Ti, o San Marco; e fedelissimi sempre se avemo reputà Ti con nu, nu con Ti; e sempre con Ti sul mar nu semo stai illustri e vittoriosi. Nissun con Ti ne ha visto scampar, nissun con Ti ne ha visto vinti e spaurosi!

Nella stessa sede, lunedì 20 gennaio alle ore 20.45 verrà presentato il volume di Ettore Beggiato “1439: galeas per montes. Navi attraverso i monti”

L’inaugurazione si terrà il giorno sabato 11 gennaio alle ore 17.00.

Ettore Beggiato

Una mostra sulla città di Crema e la Serenissima

Rimarrà aperta fino a domenica 26 gennaio  la mostra “Crema veneziana. Momenti di vita, di storia e di arte” inaugurata ai primi di dicembre nel Teatro San Domenico, iniziativa che celebra i 570 anni dalla dedizione di Crema alla Serenissima datata 16 settembre 1449.

Prima di entrare a far parte della Repubblica Veneta, Crema aveva già una sua autonomia, arrivando a battere moneta sotto la signoria dei Benzoni  (1403-1424); con Venezia diventa una piazzaforte strategica in grado di “controllare” Milano ed è la pace di Lodi (9 aprile 1454) a ratificare l’enclave Serenissima.

Il territorio cremasco è infatti completamente circondato dallo stato di Milano e Crema è collegata alla provincia di Bergamo e alla Repubblica Veneta attraverso una stretta via chiamata “strada dello Steccato” (detta anche strada Cremasca o strada Regia), fonte di continue discussioni ma anche via attraverso la quale praticare il contrabbando o via di fuga per qualche ricercato dalla giustizia dell’uno o dell’altro stato.

Il confine era segnalato da cippi (o termini) in granito: erano oltre quattrocento e ne sono rimasti ben pochi.

Ecco cosa scrive Andrea Bernardo, podestà e capitano generale di Crema, nella relazione inviata alla fine del suo mandato nel 1562:

“Il territorio di Crema è longo miglia 13, largo 7, e seben è poco, fa però il viver di quelli popoli sì di dentro come di fuori per essere fertilissimo con il beneficio dell’adaquare; tutto è circondato dallo Stato di Milano, e Crema è posta nel mezo, distante da Bergamo miglia 24, da Lodi 10, da Milan 28, et da Piasenza30. Né v’è altro che una strada dimandata la strada Cremasca, ch’è verso il territorio di Bergamo, per la quale si può entrare ed uscire di quel territorio senza toccar il Stato di Milano. Sono in detto territorio ville 52 e anime 19864”.

La Repubblica Veneta potenziò notevolmente la cinta muraria con terrapieni e bastioni, ancor oggi in parte visibili, e Crema fu eretta a diocesi nel 1580 superando la vecchia divisione che vedeva il territorio divise nelle tre diocesi di Piacenza, Cremona e Lodi;  il santo patrono è San Pantaleone di chiara origine veneziana.

L’impronta della Serenissima è rilevante in tutto il centro storico con il Leone di San Marco che domina l’arco del Torrazzo e  la torre del  Palazzo Pretorio; il Duomo, in stile gotico-lombardo fu risparmiato dal Barbarossa e conserva un’opera notevole di Guido Reni “San Marco in carcere visitato dal Redentore”.

L’economia della Crema Serenissima era prettamente agricola e primeggiava il lino, una eccellenza cremasca di grande prestigio e alla quale la mostra da il giusto risalto.

“Il traffico con il quale si sostenta così numerosa plebe consiste per il più nell’arte del lino, fabricandosi quantità grandissime di certe telle vergate per marcancia, mantilli et filli bianchi, nel che s’impiegano persone di ogni condittione, essendovi cinquecento e più telleri che lavorano di continuo in queste merci” : così scriveva Nicolò Bon allo scadere del XVI secolo.

Nella stessa sede si  può ammirare una altrettanto interessante quadreria  con in mostra opere di artisti cremaschi fra i quali vanno segnalati Vincenzo Civerchio,  Giovanni Battista Lucini, Mauro Picenardi.

La mostra è aperta il sabato e la domenica dalle 10 alle 18, il venerdì dalle 14 alle 18 e da martedì a giovedì per i gruppi con prenotazione (telefono 0373 85418); molto interessante il catalogo edito dalla Fondazione San Domenico.

Ettore Beggiato

Trailer “Sulla rotta di Pigafetta: il mini-docu”

Il mini – docu “Sulla rotta di Pigafetta” dedicato al vicentino Antonio Pigafetta, primo veneto in Cile, è stato realizzato dall’Associazione Veneti nel Mondo con il contributo della Regione del Veneto, la partnership del Consolato Onorario del Cile in Vicenza, dell’Associazione Imprenditori Veneti in Cile e del Centro Pigafetta, oltre al patrocinio del Comune di Vicenza, della Biblioteca Civica Bertoliana, dell’Associazione Pigafetta 500 e della Biblioteca Internazionale La Vigna. Il mini-docu forma parte del progetto “Pigafetta & co. Un’esperienza multimediale”.

Vi aspettiamo per la prima proiezione il giorno 11 gennaio 2020 a partire dalle ore 17.30 presso Cape Horn Factory Store a Chiuppano (VI).

Il Gonfalone del Cammino Da San Marco a San Marco arriva fino a Jaguarì

Martedì 29 ottobre 2019 Aldo Rozzi Marin, Presidente dell’Associazione Veneti nel Mondo assieme a Luciano Sandonà, Consigliere regionale della Regione del Veneto ed Ettore Beggiato, Presidente Onorario dell’Associazione Veneti nel Mondo, ha avuto l’onore di consegnare il Gonfalone dell’XI Edizione del Cammino Da San Marco a San Marco a Luciano Vencato Gastaldo, Presidente dell’Associazione Culturale Italiana do Vale do Jaguarì nell’Ottava Provincia Veneta, il Rio Grande do Sul (Brasile).

Da San Marco a San Marco è un cammino che già nel nome richiama l’amato Patrono veneto, simbolo di splendore per oltre mille anni con la Repubblica Serenissima. Il gonfalone con il Leone alato parte da Piazza San Marco di Pai di Sopra, frazione di Torri del Benaco sul Lago di Garda, e arriva a Piazza San Marco di Venezia, portando un messaggio di unione e solidarietà, di Fede e Amore, nella memoria di un popolo che sta riscoprendo sempre più le radici profonde della sua identità. Lungo questo tracciato da ovest a est, dal lago al mare, la linea segnata dal passaggio della bandiera di San Marco unisce idealmente tutto il Veneto.

Il Cammino Da San Marco a San Marco, curato con fede e passione dal veronese Matteo Grigoli, è un’iniziativa organizzata dall’Associazione Culturale San Marco Evangelista in collaborazione con l’Associazione Veneti nel Mondo e l’Associazione Veneto Nostro – Raixe Venete, con il patrocinio della Regione del Veneto, del Patriarca di Venezia e della Diocesi di Verona, per diffondere e valorizzare la cultura e la lingua dei veneti, che stanno tornando ad essere consapevoli della loro grande storia (www.dasanmarcoasanmarco.com).

Protagonista è la storica bandiera di San Marco che passa di mano in mano e viene stretta da centinaia di veneti. Dopo la conclusione in Basilica a Venezia, ogni anno l’associazione Veneti nel Mondo si impegna a portare il gonfalone del leone alato di San Marco ad una delle proprie comunità venete all’estero,  per il 2019 proprio il circolo di Jaguarì è stato scelto.

Concludo ringraziando Matteo Grigoli per il suo impegno a favore della cultura veneta e riporto di seguito il discorso letto ieri alla comunità veneta riunita per la consegna:

Cari amici Veneti,

grazie per questo momento che mi state dedicando, un grazie al presidente del Veneto Club di Jaguari, Luciano Vencato e ai presidenti di tutte le associazioni di veneti che sono presenti questa sera e soprattutto un grazie a tutti voi che nonostante gli oltre 10.000 km di distanza mi fate sentire come a casa.

In questi giorni di festa sono qui con Voi come rappresentante dell’associazione San Marco Evangelista e del Cammino Da San Marco a San Marco che l’associazione organizza in collaborazione con l’Associazione Veneti nel Mondo presieduta dal’avvocato Aldo Rozzi Marin e l’Associazione Veneto Nostro – Raixe Venete.

Che cos’è il Cammino “Da San Marco a San Marco”? Lo dice la parola stessa. Un cammino che già nel nome richiama l’amato Patrono veneto, simbolo di splendore per oltre mille anni con la Repubblica Serenissima. Un cammino che inizia da una piccola piazza e da una piccola chiesa dedicate a San Marco, nella frazione di Pai del comune di Torri del Benaco sul lago di Garda e, dopo un percorso di circa 200 km fatto a piedi  raggiunge la grande Basilica e la grande Piazza dedicate a San Marco a Venezia.

Il significato di questo percorso è unire la piccola Chiesa alla grande Basilica, attraverso le più importanti chiese della nostra terra: San Zeno a Verona, Monte Berico a Vicenza, Sant’Antonio a Padova e molte altre con un crescendo di fede e devozione; unire la piccola piazza alla grande piazza, camminando in un territorio meraviglioso: dal lago di Garda ai Colli Berici, dalla pianura padana fino alla laguna, tra ville palladiane e palazzi storici, tra castelli e vigneti, tra campi coltivati e aree industriali leader nel mondo, una terra che si fa amare e che ama, che offre tutta se stessa a chi la rispetta e la capisce.

Ed è col cammino che si ha la possibilità di vederla, conoscerla e capirla, ad un ritmo lento, chiacchierando tra amici, passo dopo passo fino ad arrivare a Venezia, la Serenissima, che incanta con la sua bellezza, con le sue calli strette come labirinti che proteggono il suo cuore, la Piazza e la Basilica di San Marco.

Dopo la conclusione in Basilica a Venezia, ogni anno, l’associazione Veneti nel Mondo, di comune accordo con l’associazione San Marco Evangelista, si impegna a portare il gonfalone ad una comunità veneta all’estero perché lo custodisca come segno di unità e come simbolo di una fede che si espande in tutto il mondo. Negli anni il gonfalone è stato ricevuto in Argentina, in Cile, in Brasile, in Perù, in Sardegna, ed in Australia.

Il Gonfalone Veneto è il testimone di una staffetta che passa di mano in mano tra i partecipanti, divenendo simbolo di continuità, collaborazione e appartenenza di tutti i Veneti, sotto le ali protettive di San Marco, siano essi in terra natia o all’estero. Fede e sacrificio, Chiesa e Repubblica, famiglia e lavoro, sono tutti binomi presenti nella nostra bandiera e radicati profondamente nello spirito di noi Veneti: anche questo è il Cammino.

Il gonfalone di San Marco è l’unica bandiera al mondo con la parola pace scritta al suo interno; bandiera emblema di fede cristiana dove il leone simbolo di maestà e di potenza è la raffigurazione biblica dell’evangelista Marco e rappresenta la forza della parola di Dio; le ali sono l’elevazione spirituale, l’aureola, la santità, il libro o in alternativa la spada immagini di pietà religiosa e di giustizia.

Quindi noi Veneti che ci riconosciamo in questa immagine siamo esempio di forza, di volontà, di giustizia e di fede. Questi sono i valori che molto spesso ci rendono riconoscibili gli uni gli altri.

Avere la bandiera di San Marco nelle vostre case, non è un souvenir ma è tenere vivo il legame delle vostre famiglie con la terra da cui sono partite.

Con la consegna del gonfalone al Presidente della Federazione delle Associazioni Venete di Jaguari signor Luciano Vencato, l’Associazione Veneti nel Mondo vuole dire che quel legame indissolubile abbraccia i veneti in Brasile e qui arriva e si conclude l’ 11^ edizione del Cammino da San Marco a San Marco.

W SAN MARCO

Grazie,

Matteo Grigoli

Il capolavoro del Palladio e la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571)

L’anniversario della battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571).  

Intitoliamo una via all’epica battaglia in tutti i comuni del Veneto!

Il  7 ottobre è  l’anniversario della grande battaglia navale di Lepanto (1571) nella quale la flotta cristiana (col fondamentale apporto degli uomini e delle navi della Repubblica Veneta) sconfisse la flotta ottomana.

Una battaglia violentissima, dove ci furono ben 30.000 morti da parte degli ottomani (che chiamarono “Capo insanguinato” il teatro della battaglia)  e 7.500 i cristiani dei quali ben 4.700 veneti guidati da due straordinari eroi, Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo.

Una battaglia  determinante per le sorti  dell’intera Europa, per le sorti della  cultura e della civiltà europee.

E per celebrare degnamente la vittoria di Lepanto il grande Andrea Palladio progettò in piazza dei Signori a Vicenza la Loggia del Capitaniato (o Loggia Bernarda).  

Ecco cosa si legge su “Vicenza città bellissima” (R. Schiavo, B. Chiozzi, foto di T. Cevese) a propositi dell’opera palladiana:

“Negli intercolumni sono poste due statue allegoriche ricordanti l’ultima vittoria navale veneziana. ….Sulla base, è scolpita una duplice iscrizione: – Palman genuere carinae – e – Belli secura quiesco -.

Il significato è da comprendersi interpretando le due figure: la prima rappresenta la dea della vittoria navale, mentre la seconda la pace ormai ottenuta.

Il piano superiore presenta altro quattro statue: la prima, verso la piazza è la Virtù secondo il significato classico; la seconda, di misura minore, la Fede; la terza, simile alla precedente, la Pietà; la quarta di grandezza uguale alla prima, l’Onore.

L’interpretazione di questi simboli è sufficientemente chiara: la Virtù e l’Onore seguendo la Fede e la Pietà ottengono la Vittoria e la Pace. Venezia ha vinto i turchi unendo questi valori.”

La grandiosità della Loggia è un segno inequivocabile di quale importanza veniva attribuita, all’epoca,  alla battaglia di Lepanto.

Ai giorni nostri, purtroppo, è ben diverso; e allora,  perché non intitolare una via o una piazza dei nostri comuni alla battaglia di Lepanto?

E’ possibile che nella toponomastica veneta  si trovi anche la più insignificante battaglia garibaldina e non ci sia un riferimento a una delle battaglie fondamentali  per le sorti del Veneto e dell’intera Europa?

ETTORE BEGGIATO

Biblioteca delle Radici: la Regione del Veneto riconosce il valore di interesse locale

La Biblioteca delle Radici dell’Associazione Veneti nel Mondo ha ricevuto l’importante riconoscimento “di interesse locale” da parte della Regione del Veneto ai sensi dell’articolo 27 della Legge Regionale 50 del 1984.

La Biblioteca dell’Associazione Veneti nel Mondo rappresenta un punto di riferimento per lo studio della storia veneta ed in particolare di quella dell’emigrazione veneta nelle diverse parti del mondo con un focus particolare sul Cile. Essa si propone come centro di studio della storia veneta ed in particolare del fenomeno dell’emigrazione veneta, un fenomeno che ha coinvolto un numero impressionante di persone e ha toccato un territorio vastissimo per estensione.

Tra il 1876 e il 1925 se ne andarono dall’Italia 15 milioni di persone. La cifra tocca i 27 milioni quando, sul finire degli anni Sessanta del Novecento, il fenomeno si riduce. Tra il 1876 e il 1900 gli espatriati dal Veneto (compresa anche la provincia di Udine) sono 940.000. Il nordest italiano, come si definiscono Le Venezie, conta in un secolo oltre 4.439.000 espatriati. Brasile e Argentina sono inizialmente le principali destinazioni, seguite dagli Stati Uniti negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale. All’ondata migratoria di quegli anni dobbiamo aggiungere, purtroppo, quella attuale che vede partire migliaia di giovani veneti per l’estero. La loro emigrazione ha fatto registrare negli ultimi anni un costante incremento. L’intensità dei flussi ed il profilo dei giovani che emigrano si sono fatti più eterogenei e compositi, anche e soprattutto in relazione all’assetto economico-sociale in costante mutamento. I giovani della Generazione X e della Generazione Y partono principalmente per due motivi: il contesto lavorativo (voglia di progredire professionalmente, di mettersi alla prova in contesti internazionali e mancanza di occupazioni nel paese dove vivono) e il contesto personale (curiosità, intraprendenza, studio).

Una sezione della Biblioteca delle radici, il cuore dell’associazione, è inoltre interamente dedicata al Cile, alla sua storia ed alla sua natura, per il collegamento speciale che lo unisce al Veneto. Fu infatti il nobile vicentino Antonio Pigafetta a giungervi per primo, al seguito di Ferdinando Magellano nel viaggio di circumnavigazione del globo terrestre (20 settembre 1519 – 6 settembre 1522). La sua Relazione del primo viaggio intorno al mondo presentata nel 1525 a Carlo V, Imperatore del Sacro Romano Impero, e divenuta ben presto famosa per l’accuratezza dei dati riportati, è considerata tutt’oggi tra i più preziosi documenti sulle grandi scoperte geografiche del XVI secolo, e resta tuttora una delle opere più vive, profonde e obiettive della storia delle esplorazioni.

Insieme con la Relazione del primo viaggio intorno al mondo, le pubblicazioni sulla Regione di Magellano, all’estremo sud del Cile, i suoi abitanti (dai popoli originari agli ultimi emigrati), la sua flora e la sua fauna rappresentano una sezione tematica particolarmente ricca della Biblioteca delle radici.

Il Presidente Aldo Rozzi Marin, a nome dell’Associazione, ringrazia la Direzione Beni, Attività Culturali e Sport della Regione del Veneto, il Comune di Camisano Vicentino e tutti coloro che hanno collaborato per l’ottenimento di questo riconoscimento.

13 Settembre 2019|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, Autori|

La grande “fuga” dei Veneti preoccupa l’Associazione Veneti nel Mondo.

15.000. Un dato come un altro se non fosse che parliamo del numero di persone che si sono cancellate dall’anagrafe in Veneto. Più del 9% delle cancellazioni nazionali. Di questi, 3.403 sono i giovani partiti dalla sola provincia di Vicenza nel 2017. Dati che rappresentano un fenomeno in aumento, da arginare e rallentare. Una percentuale di emigrazione verso l’estero tra le più alte d’Italia.

Parliamo di “fuga dei cervelli” quando l’emigrazione verso Paesi stranieri è effettuata da persone di talento o alta specializzazione professionale. Per comprendere e conoscere il fenomeno la Regione del Veneto ha approvato lo scorso 28 giugno 2019 la creazione dell’Osservatorio regionale dei Veneti nel Mondo sulla base di quanto previsto dal programma anno 2019 – obiettivo G “Creazione di un Osservatorio sui veneti nel mondo”. L.R. n. 2 del 9 gennaio 2003. Un progetto, come definito sul sito internet regionale, di carattere sperimentale, finalizzato a dotare la Regione di uno strumento tecnico-scientifico per la ricerca, il monitoraggio, l’analisi, la diffusione di dati e di informazioni in materia di flussi migratori in uscita e per l’emigrazione di ritorno.

La Veneti nel Mondo ringrazia e appoggia l’iniziativa in oggetto auspicando che alla fase di analisi e raccolta dati possano seguire attività concrete sia per arginare il fenomeno che per favorire quello che è definito, dall’articolo 5 dalla legge dello Stato Italiano n. 58 del 28 giugno 2019, il  “rientro dei cervelli”.

26 Luglio 2019|> metti in Home Page, Aldo Rozzi Marin, Autori|

Alla ricerca della terra della cuccagna. Don Angelo Cavalli 140 anni dopo

Alla ricerca della terra della cuccagna centinaia di vicentini della Valbrenta e dei suoi dintorni lasciarono i loro paesi nel lontano 1877 per recarsi in Paranà, nel Sud del Brasile. La promessa era venuta da Don Angelo Cavalli, parroco di Oliero, frazione di Valstagna.

Le loro famiglie erano quelle numerose, con poca terra da coltivare e tante persone da sostenere. Emigrare era visto come l’unica soluzione per scappare da un Veneto povero che purtroppo in quel periodo non riusciva ad offrire nuove opportunità alla sua gente.

Secondo il libro Memorie di un emigrante italiano di Giulio Lorenzoni, Don Angelo Cavalli affascinava i contadini con le sue parole, paragonando il Brasile alla terra promessa. Come capo spirituale il suo discorso incoraggiò molte famiglie a vendere quel poco che avevano per comprare i biglietti ed emigrare per un luogo dove poter essere padroni di sè stessi. Una casa, terre a pagamento a lungo termine, strumenti di lavoro e frutti erano promessi dal governo brasiliano.

La spinta di Don Angelo non piaceva a tutti, nemmeno alla Chiesa, che prima di questa epopea trattenne i suoi ordini per celebrare le messe. Anche perché, come afferma Chiara Cucchini nella sua tesi di laurea, contro di lui erano presenti alcune accuse, come quella del guadagno sull’organizzazione dei documenti e del viaggio dei suoi parrocchiani in qualità di agente di emigrazione clandestina. Fu considerato, come ci ricorda Don Franco Signori in uno dei suoi articoli, un sensale di carne umana.

La scrittrice brasiliana, Susete Moletta, che da tempo abita a Bassano del Grappa, ha dedicato varie pagine del suo libro Da Itália para o Brasil: o casal da Capelinha da Água Verde alla sua figura. Moleta è riuscita a ricostruire un elenco formato da settecentoventi persone che arrivarono in Paranà sotto la guida di Don Cavalli.

L’arrivo di questo gruppo avvenne tra i giorni 15 e 17 novembre 1877 e si stabilì a Morretes, nella colonia Nova Itália. Il malcontento degli emigrati cominciò sin dall’arrivo perché furono messi tutti insieme in un capannone. Le loro case promesse non erano ancora pronte. Le condizioni climatiche del luogo e la mancanza di assistenza del governo erano notevoli.

Nel dicembre del 1877 Don Cavalli firmò un contratto con il governo del Paranà per divenire il cappellano della colonia. Ma a maggio dell’anno successivo, il governo pubblicò un documento che lo allontanò dall’incarico in quanto non ricevette mai la lettera dal vescovo di Padova. Un’altra richiesta di analisi della sua situazione fu inviata nel giugno del 1878. Anche questa non ebbe successo e perciò nessun incarico ufficiale per la cura degli emigrati venne mai affidato a Don Angelo Cavalli.

Un giornale di Curitiba accusò lui e il geometra Ernesto Guaita di truffare i contadini per avere vantaggi economici mentre cercavano nuove terre nella zona di Piraquara. In questo momento, Don Angelo Cavalli scomparve.

Gli emigrati, lasciati soli, si spostarono verso l’altopiano di Curitiba e il governo gli riallocò in nuove colonie fondate a partire dal settembre del 1878. Queste si andarono a concentrare attorno alla capitale del Paraná, come ad esempio la colonia Alfredo Chaves (ora il centro di Colombo), quella di Rebouças (Campo Largo) e Santa Felicità che si stabilì come colonia privata. Oltre a queste nacque anche la Colonia Dantas (Água Verde) del comune di Curitiba.

Don Angelo Cavalli fu il risponsabile dello spostamento transoceanico di centinaia di contadini. Perché allora la sua figura non è ricordata? Anche tra i discendenti della sua famiglia, che tuttora abitano Colombo, mai si sente parlare di lui. Perché venne cancellato dalla memoria collettiva?

Insoddisfatto di questa dimenticanza, ho deciso di seguire le tracce di una storia che ho sentito alcune volte, da parte di alcune famiglie di Colombo, che parlava di un prete. Un prete che aveva ingannato gli antenati al loro arrivo in Brasile e che era scomparso con i loro soldi. Le famiglie, però, non conoscevano il suo nome. Senza preoccuparmi della questione che fosse o meno un prete, mi sono reso conto che dovevo indagare. Avevo voglia di conoscere meglio la sua storia e per farlo dovevo uscire dai confini del Paranà.

Dopo numerose ricerche nella biblioteca online dei giornali brasiliani, finalmente ho trovato la sua storia. Don Angelo Cavalli si trasferì ad agosto del 1878 a Rio de Janeiro dove cercò nuovamente di avere le sue dimissorie ma anche questa volta non ebbe successo.

Il 29 maggio 1879 morì colpito dalla febbre gialla, a Rio de Janeiro presso l’Hospicio de Jerusalém dove probabilmente si stava curando. Fu sepolto il medesimo giorno presso il Cimitero São João Batista.

Far memoria della mitica figura di Don Angelo Cavalli significa recuperare le tracce che il tempo ci ha lasciato. Non potremo mai sapere se fu veramente lui ad ingannare le persone e a scappare con i loro soldi. Quello che sappiamo con certezza è che le sue promesse non vennero mantenute. Manteniamo perciò nel racconto della sua storia la dicotomia tra salvatore e truffatore.

Il coraggio e la destrezza dei nostri antenati veneti si sovrappongono e diventano per sempre memorabili.

 di Diego Gabardo

Illustrazione di Chiara Bertolin

29 Maggio 2019|> metti in Home Page, Diego Gabardo, News dal Mondo, Storia|

Paranà (Brasile): gruppo di studi veneti compie il suo primo anno di lavori

Rappresentanti delle comunità che parlano il talian, tra cui Colombo e Curitiba, dottoresse in linguistica dell’UFPR e dell’Unicentro, AVM-Colombo, Museo Cristoforo Colombo e l’IPHAN, l’ente responsabile per la tutela del patrimonio culturale brasiliano, insieme con un unico obiettivo: salvaguardare e promuovere la cultura veneta nel Paranà.

Così è formato il CEVEP (Centro de Estudos Vênetos no Paranà), fondato il 25 maggio 2018, che compie il suo primo anno di atività. I ricercatori si incontrano ogni mese per discutere i lavori ed intervistano i parlanti della variante veneta nel Paranà, discutendo di storia, memoria, sociolinguistica, linguistica.

La presenza del centro è già percipita sia in Brasile che in Italia, come ad esempio al Convegno di Sappada, che si è tenuto lo scorso luglio 2018, nel corso del quale le attività del gruppo sono state presentate ai partecipanti.

La missione del CEVEP è la salvaguardia e la trasmissione alle nuove generazioni della cultura taliana con la valorizzazione dei discendenti degli emigrati veneti – arrivati in questo stato più di 140 anni fa -, lo studio e la promozione del loro patrimonio culturale, così come il registro della loro lingua parlata. Il gruppo di carattere multidisciplinare, composto da membri della propria comunità, appoggia le iniziative dei parlanti e vuole assicurare sempre il loro protagonismo.

Presenza veneta nel Paranà
I veneti cominciarono ad arrivare nel Paranà verso il 1875, però la maggior parte emigrò dal 1877 in poi. Non adattati al clima tropicale e non avendo le condizioni di lavoro promesse prima dell’epopea transoceanica, lasciarono la Colonia Nova Italia, a Morretes, nel 1878 e partirono per l’altopiano di Curitiba, dove furono stabiliti nelle colonie attorno alla capitale. Attualmente le  comunità mantengono le loro tradizioni e sono diventate importanti luoghi turistici, come Santa Felicità, il famoso quartiere gastronomico di Curitiba e il comune di Colombo, conosciuto per i vini e per il circolo di agriturismo.

L’istroveneto riconosciuto ufficialmente nella Slovenia

L’istroveneto è stato riconosciuto patrimonio culturale immateriale da parte della Repubblica Slovena; è quanto riporta il quotidiano “La Voce del Popolo”, fondamentale mezzo di informazione  della minoranza istroveneta in Slovenia e in Croazia.
La “Commissione scientifica per le lingue” slovena ha riscontrato che l’istroveneto risponde a tutti i caratteri scientifici per l’iscrizione nel “Registro del patrimonio culturale della Repubblica di Slovenia” ed ha ratificato l’iscrizione in data 19 marzo 2019.“Profonda soddisfazione” è stata espressa da Maurizio Tremul presidente dell’Unione Italiana ente che nel maggio del 2016 aveva inoltrato la richiesta dell’iscrizione al Registro, annunciando che ora l’Unione completerà la documentazione per la richiesta di iscrizione dell’istroveneto nel Registro del patrimonio culturale immateriale della Repubblica di Crozia.Legittimo entusiasmo anche da parte di Marianna Jelicich Buic, principale animatrice del Festival dell’istroveneto che si tiene ogni anno a Buie (Istria) nel mese di giugno e che quest’anno assumerà un significato del tutto particolare.
Va ricordato che nel 2014 un’altra variante della lingua veneta, el talian (veneto-brasilian) è stato riconosciuto dal Governo  federale del Brasile  patrimonio immateriale e culturale. E’ scandaloso osservare come  l’ Italia con la legge 482 del 1999 riconosca ben 12 lingue ma non tuteli  il veneto; va comunque sottolineato che la lingua veneta è più viva che mai ed è  al centro di numerose e qualificate iniziative.
E’ appena partita, e si potrà firmare in tutti i comuni del Veneto, una raccolta di firme proprio per arrivare al riconoscimento della lingua veneta  da parte del parlamento italiano; in questo fine settimana si è svolto ad Arzignano il secondo convegno internazionale sulla lingua veneta che ha visto docenti di tutto il mondo confrontarsi sulla necessità di tutelare e valorizzare il veneto e le altre lingue non riconosciute e venerdì 12 aprile verrà inaugurata dal presidente del Consiglio Regionale Roberto Ciambetti  nella prestigiosa  sede di Palazzo Ferro Fini a Venezia la mostra ”Storia della lingua dei veneti”  un percorso di 23 pannelli dalle prime forme di scrittura degli antichi veneti alle più moderne forme di comunicazione.

di Ettore Beggiato

Fábio Machioski della Veneti nel Mondo Colombo riceve omaggio del Consiglio Comunale

Il 26 febbraio lo storico e coordinatore del Museo Cristoforo Colombo, Fábio Luiz Machioski, ha ricevuto del Consiglio Comunale di Colombo (Paranà – Brasile) per iniziativa del consigliere Elcio Augustinho Surdi un omaggio per la partecipazione alla creazione del museo e per le sue attività a favore della cultura locale che coinvolge quella degli emigrati veneti che alla fine dell’Ottocento hanno fondato il comune.

Fábio, 35 anni, ha un Master in Storia presso l’Università Federale del Paranà e dal 2007 lavora al Museo. È anche uno dei soci fondatori dell’Associazione Veneti nel Mondo – Colombo, circolo che dal 2009 sviluppa progetti di salvaguardia della cultura veneta a Colombo. È stato ancora il rappresentante del Paranà nel Meeting dei Giovani Veneti, nel 2010, in Belgio.

È uno dei ricercatori del CEVEP – Centro di Studi Veneti nel Paranà, creato nel 2018, per studiare la lingua, la cultura, le attitudini linguistiche, l’insegnamento e il mantenimento delle varietà linguistiche dei discendenti veneti nel Paranà.

Insomma, Fábio è un vero ambasciatore della cultura veneta e perciò meritevole di tale omaggio. Un esempio di persona appassionata per le sue, le nostre, radici. L’Associazione Veneti nel Mondo Colombo e l’Associazione Veneti nel Mondo gioiscono per questo importante riconoscimento.

Complimenti Fabio!

Quinta edizione di “1866: la grande truffa” di E. Beggiato

E’ uscita in questi giorni la quinta edizione di “1866: la grande truffa” di Ettore Beggiato, pubblicata da Editrice Veneta di Vicenza.

Il volume incentrato sul plebiscito di annessione del Veneto all’Italia (21-22 ottobre 1866) è stato stampato la prima volta nel 1999 e, anche grazie alla significativa prefazione del compianto Sabino Acquaviva, suscitò fin da subito un notevole interesse.

Questa edizione, arricchita di nuovi documenti, è nobilitata dalla prestigiosa postfazione di Lorenzo Del Boca,  giornalista, saggista, storico, già presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 2001 al 2010:

 

“I 150 anni della cosiddetta unità d’Italia avrebbero voluto celebrarli in pompa magna: quelli che hanno portato all’annessione di Venezia meglio lasciarli passare sotto silenzio.

Non per caso né per distrazione.

A enfatizzare il tempo fra il 1861 e il 2011 erano stati, soprattutto, i “compagni” più convinti. E, francamente, era sembrato paradossale. Avevano consumato gli anni della giovinezza e della maturità per inneggiare all’internazionalismo proletario e a sognare l’egemonia dell’Unione Sovietica. Il nazionalismo andava bandito dal vocabolario e avversato sul piano culturale come una variazione – nemmeno troppo sofisticata – del fascismo. Quale tricolore? Si poteva fare benissimo a meno del bianco e del verde perché quello che contava per davvero era il rosso.

Con una conversione a 180 gradi, anche i critici più convinti di patria e terminologie affini si sono scoperti partigiani dello stato unitario, frutto delle guerre d’indipendenza nazionale.

Avrebbero voluto trascinarsi dietro le decine di milioni di italiani per glorificare in modo solenne l’anniversario. Mezzo anniversario, per la verità. Perché volevano celebrare l’Italia unita che, nel 1861, era solo mezza. Mancavano Lazio, Veneto, Friuli, Trentino, un pezzo di Lombardia (perché Mantova era ancora austro-ungarica). Dunque: senza Venezia e senza Roma.

Ci hanno messo anche un bel po’ di quattrini per convegni, studi e ricerche. Peccato che tutto l’armamentario accademico non ha approfondito nulla e, gettando al vento un’opportunità probabilmente unica, ha rinunciato a fare chiarezza su quella quindicina d’anni che hanno generato l’Italia. La retorica l’ha fatta da padrona, senza un briciolo di critica e di auto-critica. La narrazione è risultata una melassa indigeribile di esagerazioni buoniste e di autentici luoghi comuni.

I cittadini hanno guardato distrattamente tutto questo sforzarsi per rendere solenne l’anniversario. Torino, ricordo dell’antica capitale, si è abbastanza imbandierata ma le altre città capoluogo di regione sono rimaste abbastanza freddine.

Figurarsi che cosa sarebbe stata una celebrazione analoga per i 150 anni di Venezia italiana. Non ci hanno nemmeno provato.

Cuore e anima delle terre del Piave e dell’Adige hanno un carattere autenticamente autonomo quando non indipendentista. E, se proprio occorre scegliere, meglio Vienna di Roma, più mitteleuropei che italiani.

“Dime càn ma non dirme taliàn”.

Significativo che, ancora oggi, sui muri, non è raro trovare scritte del tipo: “nonostante 150 anni, ancora veneti”.

Può meravigliarsi solo chi non conosce la storia o la vuole storpiare per compiacere i cantori del regime.

Ettore Beggiato, quel 1866, anno dell’annessione, lo ha indagato, vivisezionandolo a puntino, per ricavare contesti, statistiche, riferimenti e documentazioni. Il quadro che ne deriva spiega e giustifica l’atteggiamento dei veneti di oggi che, magari, non conoscono la storia nel dettaglio ma che, pur inconsapevolmente, “sentono” che non gliel’hanno raccontata giusta.

I “serenissimi” hanno alle spalle mille anni di autonomia. Come possono accettare il declassamento a regione (periferica) di uno stato?

La cultura veneta ha attraversato le epoche, segnalandosi per la raffinatezza dei suoi protagonisti. Ha amministrato le sue terre con un governo di Dogi e un Senato che, considerati i tempi, poteva passare perfino per democratico. E, sul piano economico, il commercio ha assicurato una prosperità che, talora, poteva assomigliare persino all’opulenza.

Con il Risorgimento tutta quella gente si è ritrovata cittadina di serie B, poco considerata e persino un poco maltrattata. Dovrebbero anche ringraziare Roma e l’Italia?

Da terra ricca che era si è ritrovata a recitare il ruolo della vacca da mungere.

Proprio in quei mesi del 1866, Ruggero Bonghi lo ha scritto senza mezzi termini al senatore Giuseppe Saracco. “Iddio che ama gli spensierati ci dava Venezia il cui bilancio, presentando un’entrata di circa 79 milioni e un’uscita di circa 54, ci dava un avanzo di circa 25 milioni”. Una boccata d’ossigeno per le casse strampalate del regno d’Italia che ci ha preso gusto e, a cominciare da allora, ha preso a caricare di tasse Venezia e Veneto per coprire uno dei tanti suoi buchi, sempre e inevitabilmente, più mostruosi.

Che cosa ci sarebbe stato da festeggiare nel 2016, a 150 anni dal 1866?

Che cosa avrebbero dovuto inventarsi i cantori dell’unità nazionale per nascondere i brogli, le truffe, le intimidazioni e gli espropri che hanno accompagnato il passaggio di Venezia e Veneto dall’Austria (“felix”) alla Roma (“ladrona”)?

Ettore Beggiato è un innamorato della sua terra alla quale dedica appunti, ricerche e approfondimenti che, con rigore accademico, contribuiscono a creare i presupposti di un’altra storia e di una verità differente. Per questo, è apprezzabile il suo lavoro sul 1866. Perché spiega l’Italia di ieri e consente di comprendere l’Italia di oggi.

In quei mesi i cittadini hanno perso il 45 per cento della loro ricchezza. I ragazzi non hanno più potuto andare a scuola perché ai professori, accusati di essere “austriacanti”, avevano tolto la licenza all’insegnamento. Generazioni di veneti sono stati condannati a “ruscare” fin da bambini per rimediare l’indispensabile per vivere. E, spesso, le fatiche fino alle soglie della morte non erano nemmeno sufficienti.

“Poca Italia – i bastiema – andemo via!”

Proprio allora, sono state create le condizioni per una diaspora senza precedenti di veneti che hanno popolato terra incolte di Argentina e Brasile per trasformarle in campi di grano e vigneti. In qualche caso, l’emigrazione ha toccato il 70 per cento della popolazione. Non di rado, s’incontrano più veneti nei villaggi d’America da loro fondati che quelli dei paesi dai quali sono partiti.

Certo, poco da ricordare e niente da celebrare per lo stato nazionale. Ma almeno a casa nostra, raccontiamocela giusta.

“Coss’ela sta Italia, sta patria, compare…

coss’ele ste cose che ghemo da amare…?”

Arborea: la consegna del premio al Primo Comune Onorario del Veneto

Il comune sardo di Arborea è stato premiato il giorno 12 marzo 2019, a palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale del Veneto, quale ‘primo comune onorario del Veneto’, per le iniziative assunte a tutela della cultura e della civiltà veneta, alla presenza del Presidente del Consiglio Ciambetti e dell’Assessore Lanzarin. Gli amministratori dei comuni di Villorba e Zevio, gemellati con Arborea, assieme ad alcuni rappresentanti dell’Associazione Veneti nel Mondo hanno accolto la nutrita delegazione sarda ed il Sindaco Manuela Pintus.

Il gruppo sardo era formato anche da una delegazione dell’Associazione Veneti nel Mondo Sardegna che si è fermata in Veneto qualche giorno per una visita ad alcuni gioielli della nostra regione. Il primo incontro con l’Associazione Veneti nel Mondo ed alcuni rappresentanti regionali si è svolto domenica 10 marzo proprio a Camisano Vicentino, sede dell’Associaizone.

L’avvocato Aldo Rozzi Marin, Presidente dell’Associazione Veneti nel Mondo, racconta: tutto ebbe inizio il 15 settembre 2017. Il consigliere regionale Luciano Sandonà, insieme al Presidente del Consiglio Regionale Ciambetti e i consiglieri Finco, Finozzi, Gidoni, Michieletto, Rizzotto, Barbisan e Montagnoli propongono il voto per l’Istituzione del Registro dei Comuni onorari del Veneto.

“Non si tratta di un semplice Registro fine a se stesso, quanto invece di un vero e proprio riconoscimento e coinvolgimento attivo nelle politiche regionali per la tutela e la promozione dei Veneti nel mondo: i Comuni onorari potranno in tal senso concorrere alla formazione del Piano triennale e al programma annuale degli interventi di cui all’art. 14 della legge regionale 9 gennaio 2003, n. 2, ‘Nuove norme a favore dei Veneti nel mondo e agevolazioni per il loro rientro”. La proposta di legge prevede, inoltre, un premio per il comune onorario veneto dell’anno, che si è contraddistinto per attività e iniziative di promozione della cultura veneta”, queste le parole del consigliere Luciano Sandonà.

A meno di un anno dalla sua istituzione, il 31 luglio 2018, con DGR 1120, la Giunta regionale approva il Bando di Concorso “Premio per il Comune Onorario Veneto dell’Anno” riservato ai Comuni onorari del Veneto, iscritti al registro regionale di cui all’art. 2 della L.R. n. 30/2017, che abbiano realizzato attività ed iniziative di promozione della cultura veneta, negli anni 2017 e 2018.

Il giorno stesso il circolo della Veneti nel Mondo Sardegna con sede ad Arborea ed il suo Presidente Alberto Medda Costella, che già in occasione della consegna del gonfalone di San Marco alla comunità nel 2016 aveva ragionato col consigliere Luciano Sandonà per l’istituzione di un albo dei comuni onorari, inizia a riflettere, coinvolgendo l’amministrazione comunale nella persona del sindaco Manuela Pintus che subito sposa l’iniziativa. Dopo giorni di lavoro, stesura testi, programmazione viene presentata la domanda di iscrizione al registro e successivamente la candidatura a primo comune onorario veneto.

Il 10 dicembre arriva la comunicazione. Con una lettera a firma dell’Assessore Manuela Lanzarin giunge la comunicazione del riconoscimento del Premio “Comune Onorario del Veneto – anno 2018”.

Arborea, che ha compiuto proprio quest’anno novant’anni, nasce ufficialmente il 29 ottobre 1928 su una piana bonificata a sud di Oristano dalla Società Bonifiche Sarde, presieduta allora dall’ingegner vicentino Giulio Dolcetta, che importò in Sardegna un modello di agricoltura allora sconosciuta nell’isola. Arrivarono numerose famiglie da tutto il Veneto storico, soprattutto polesane, vicentine, veneziane e trevisane. Oggi, in quella che fu una landa acquitrinosa, la lingua veneta è ancora parlata e compresa, e tra gli usi e costumi della sua popolazione si possono annoverare i festeggiamenti per il SS Redentore, la sagra della polenta, il brusar la vecia, i festeggiamenti per San Marco e tante altre feste e tradizioni che vivono nell’intimo delle famiglie distribuite nell’agro.

A distanza di cento anni dall’inizio di quei lavori di bonifica, esempio di alta ingegneria idraulica e agraria, i discendenti di quei coloni si riuniscono idealmente alla terra dei loro genitori e nonni.

Arborea è ufficialmente il primo comune – onorario – veneto fuori dal Veneto

 

Il Capodanno Veneto cadeva il primo marzo

Il primo marzo è sempre stato considerato nella storia della Repubblica Veneta il capodanno veneto; nei documenti e nei libri di storia si trovano le date relative ai mesi di gennaio e febbraio seguite da “more veneto” per sottolineare questa peculiarità veneta: incominciando l’anno veneto il primo di marzo, gennaio e febbraio erano gli ultimi mesi dell’anno passato. Il capodanno veneto originariamente era stato fissato al 25 marzo, giorno della fondazione di Venezia (421), per i credenti giorno dell’annunciazione del Signore, e, secondo una leggenda greca, giorno della creazione del mondo; in un secondo tempo fu anticipato al primo marzo per comodità di calcolo.

Emblematico quanto successe il 9 marzo 1510 nel luogo ove adesso sorge il Santuario della Madonna dei Miracoli a Motta di Livenza (Tv), la Madonna apparve a un contadino del posto e gli disse “Bon dì e bon ano!

Per la verità nelle tradizioni delle nostre comunità un ricordo del capodanno veneto ha continuato, magari inconsciamente, ad essere presente: pensiamo al “bati marso”, al “brusar marso”, ai botti prodotti spontaneamente con il carburo…

Un altro tassello della nostra storia e della nostra identità che va valorizzato, anche per onorare il Serenissimo Bepin Segato che più di ogni altro si era impegnato per riproporre questa festa.

Intanto “Viva San Marco!” per ricordare e festeggiare l’arrivo del nuovo anno veneto.

di Ettore Beggiato

Tratto da http://www.vicenzapiu.com/leggi/capodanno-veneto-ettore-beggiato-ricordiamo-e-festeggiamo-il-primo-marzo

Consulta e Meeting dei Giovani Veneti (Padova, 4/6 ottobre 2018)

Si sono conclusi sabato nel primo pomeriggio i lavori della Consulta dei Veneti nel Mondo e del Coordinamento dei Giovani Veneti e Giovani Oriundi Veneti 2018.

Ecco qui la rassegna stampa:

 

GALLERIA IMMAGINI http://www.globalven.org/gallery.aspx?g=14

Documenti finali “Consulta dei Veneti nel Mondo” e “Meeting di Coordinamento dei Giovani Veneti e Giovani Oriundi Veneti” 2018: http://www.globalven.org/news.aspx?ID=406 

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