Darcy Loss Luzzatto è uno dei più importanti ricercatori della cultura “taliana” (o veneto-brasiliana) del Brasile, civiltà che nasce che l’arrivo nel sud del Brasile degli emigranti veneti e degli altri popoli del nord Italia attorno al 1870; nella sua imponente produzione vanno ricordati i volumi Talian (grammatica, storia, cultura), i vocabolari Talian-Portoghese e Portoghese-Talian, Storie de la nostra gente, El nostro parlar e tanti altri.

Qualche anno fa, nel 2016, ha pubblicato “Almanaque Talian”, un volume che ha diviso in più parti: architettura, cucina, cultura, storia,  religiosità, proverbi, citazioni e curiosità, e “storie de sti ani”, perché come dice Darcy “De quel che se dise, el pi tant se lo perde; de quel che se scrive, squasi tuto ‘l rimane!”.

Hanno collaborato alla stesura di questo prezioso documento sul talian  Julio Posenato, architetto e musicologo, di Padre Rovilio Costa, ricercatore ed editore , figura di straordinaria rilevanza nel nostro culturale talian, scomparso nel 2009, ed Ettore Beggiato, studioso dell’emigrazione veneta, già assessore regionale ai rapporti con i Veneti nel mondo e cittadino onorario di Serafina Correa nel Rio Grande do Sul, che ha curato la ricerca “Il Veneto prima della grande emigrazione” che qui viene riprodotta:

II 12 maggio 1797 muore, o meglio, tramonta, la Repubblica Veneta. Dopo undici secoli di indipendenza, di sovranità, di buongoverno, la bandiera con il leone di San Marco viene ammainata e nelle piazze del Veneto si innalza l’Albero della Libertà.

Con la conquista napoleonica del Veneto inizia uno dei periodi più drammatici della storia veneta: Napoleone rapina sistematicamente a Venezia e nel Veneto tutto, tesori, opere d’arte di inestimabile valore, saccheggia, devasta, pretende tributi altissimi dalle città e dalle campagne; il tutto in nome del motto “Libertè, fraternitè, egalitè” (“i francesi ci rendono uguali non lasciando niente a nessuno” si dirà all’epoca) (1).

Venezia in particolare fu depredata dal rapinatore corso come mai nella sua storia:

finirono a Parigi come bottino di guerra i quattro cavalli bronzei della Basilica, il leone di San Marco posto sulla colonna della piazzetta, decine e decine di straordinari dipinti che ancor oggi ammiriamo al Louvre (uno su tutti, “Le nozze di Cana” del Veronese), cassoni interi di reliquie, di tesori, di manoscritti (e su “Venezia scomparsa” di Alvise Zorzi troviamo un dettagliato elenco di tutto questo).

Ma Napoleone ha la sfrontatezza di spingersi più in là, attacca violentemente e scientemente l’identità del nostro popolo (e non a caso aveva detto: “Sarò un Attila per lo stato Veneto”): ed ecco che la dichiarazione di guerra del primo maggio 1797 si conclude testualmente con “Comanda ai diversi generali di divisione di trattar quai nemici le truppe venete, e di far atterrare in tutte le città della Terraferma il Leone di San Marco”.

Una dichiarazione di guerra singolare, è forse la prima volta nella storia che si dichiara guerra non solo al nemico ma anche al suo simbolo: Napoleone aveva intuito che il leone di San Marco rappresentava per i veneti molto di più di una bandiera: era il simbolo dell’identità veneta, il simbolo stesso dell’essere veneti.

E un simbolo ha vari significati, varie sfaccettature: di sicuro ha una dimensione visibile, materiale, facilmente riconoscibile e un’altra invisibile, irraggiungibile, che sfugge a qualsiasi tentativo di interpretazione, che non si fa catturare neanche dall’uomo più potente del mondo.

“Chiunque griderà viva San Marco sarà punito di pena di morte” così sta scritto nel Decreto della Municipalità di Venezia del 24 luglio 1797

La storiografia ufficiale ci narra delle grandi feste e dei balli attorno all’albero della libertà; ben poco spazio viene invece dato alla resistenza dei Veneti contro le truppe napoleoniche.

E’ proprio il Bonaparte che scrive al governo veneto il 2 aprile 1797 “…tutta la terraferma della Serenissima Repubblica di Venezia è in armi, in ogni parte i villici sollevati e armati gridano morte ai Francesi   “(2)

Per non parlare di vere e proprie insurrezioni popolari come le Pasque Veronesi ove per una settimana gli scaligeri al grido di “Viva San Marco!” tengono testa eroicamente all’esercito francese; la stessa ribellione all’invasore la si trova nel bresciano nelle valli Sabbia e Trompia e nella riviera di Salò (3), e in diverse altre zone come nell’Altopiano dei Sette Comuni come a Lusiana ove si registrano diversi morti e feriti fra gli invasori francesi.

Al Lido di Venezia il comandante del forte, Domenico Pizzamano, bombarda e assale il “Liberateur d’Italie” che cercava di forzare il blocco navale a difesa della città (4); pochi giorni dopo la folla veneziana che protestava sul ponte di Rialto viene massacrata.

Va detto che anche dopo il 12 maggio la bandiera marciana continua a sventolare; a Zara viene riposta sotto l’altare il primo luglio, nella fedelissima Perasto addirittura il 23 agosto.

Ecco lo struggente addio a San Marco del capitano Giuseppe Viscovich:

“In sto amaro momento, che lacera el nostr cor, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio, al Gonfalon de la Serenissima Republica, ne sia de conforto, o cittadini, che la nostra condotta passata e de sti ultimi tempi, rende non solo più giusto sto atto fatai, ma virtuoso, ma doveroso par nu.

Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tutta l’Europa, che Perasto ha degnamente sostenudo fin a l’ultimo l’onor del Veneto Gonfalon, onorandolo co sto atto solenne, e deponendolo bagna del nostro universal amarissimo pianto. Sfoghemose, cittadini, sfoghemose pur, e in sti nostri ultimi sentimenti coi quali sigilemo la nostra gloriosa carriera corsa sotto al Serenissimo Veneto Governo, rivolgemose verso sta Insegna che lo rappresenta, e su de eia sfoghemo el nostro dolor.

Par trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre par Ti, o San Marco; e fedelissimi sempre se avemo reputa Ti con nu, nu con Ti; e sempre con Ti sul mar nu semo stai illustri e vittoriosi. Nissun con Ti ne ha visto scampar, nissun con Ti ne ha visto vinti e spaurosi!

E se i tempi presenti, infelicissimi par imprevidenza, par dissension, par arbitri illegali, par vizi offèndenti la natura e el gius de le genti, non Te avesse tolto da l’Italia, par Ti in perpetuo sarave le nostre sostanze, el nostro sangue, la vita nostra e, piuttosto che vederTe vinto e desonorà dai toi, el coraggio nostro, la nostra fede se avarave sepelio sotto de Ti!

Ma za che altro no ne resta da far par Ti, el nostro cor sia l’onoratissima to tomba, e el più puro e el più grande to elogio le nostre lagreme!”

Si arriva così al 17 ottobre alla firma del trattato di Campoformido: Venezia, il Veneto, l’Istria e la Dalmazia vengono ceduti all’Austria, nelle isole greche (Corfù, Zante, Santa Maura, Cerigo ecc), nell’Albania veneta e nella Lombardia continua il dominio napoleonico.

Per la verità quasi tutto era già stato previsto nel trattato di pace di Leoben firmato il 18 aprile 1797 fra l’Austria e la Francia.

La svendita della Patria Veneta agli Asburgo apre finalmente gli occhi a tanti Veneti (emblematica la vicenda di Ugo Foscolo), ma ormai è troppo tardi e così, a parte la gloriosa epopea del 1848-49, la nostra terra veneta passerà da un padrone all’altro.

Nei primi giorni del 1798 arrivarono gli Austriaci sotto il comando del conte Oliviero von Wallis, generale di cavalleria; si fermarono nel Veneto fino al trattato di Presburgo del 26 dicembre 1805: l’Austria sconfitta ad Austerlitz (2 dicembre) perdeva il Veneto, il Friuli, l’Istria e la Dalmazia che passavano al regno d’Italia, stato-fantoccio in mano a Napoleone.

Da ricordare, il primo dicembre 1799 i cardinali si riuniscono in conclave nell’isola di San Giorgio Maggiore ed eleggono Papa Pio VII.

I francesi dividono il Veneto in 7 dipartimenti: Adige (Verona), Adriatico (Venezia), Bacchiglione (Vicenza), Brenta (Padova), Passariano (Udine), Piave (Belluno), Tagliamento (Treviso).

La provincia di Rovigo va a far parte del dipartimento del Basso Po con capoluogo Ferrara, mentre l’Istria fa dipartimento per conto proprio; un provveditore generale provvisorio viene assegnato alla Dalmazia.

La capitale del Regno Italico è Milano e Venezia viene ridotta, come abbiamo visto, a capoluogo di un dipartimento.

Napoleone nomina viceré d’Italia il figliastro, Eugenio di Beauharnais, al quale conferisce più tardi il titolo di principe di Venezia: un vero e proprio insulto alla storia veneziana!

Un’altra figura viene imposta dai francesi: il prefetto, la quintessenza del centralismo; e tale gentile presente è ancor oggi in mezzo a noi.

L’undici gennaio 1807 viene nominato Patriarca di Venezia Nicola Saverio Gamboni:

per la prima volta un non veneziano è eletto Patriarca per volere di Napoleone.(5).

Un ulteriore oltraggio del rapinatore corso alla Serenissima.

Nel 1809 la coscrizione obbligatoria imposta da Napoleone per rimpinguare il suo esercito imperialista e l’aumento delle tasse provocano insurrezioni e tumlti in tutta la regione, anche se i moti di piazza hanno una particolare intensità nella provincia di Vicenza.

Una vera e propria rivoluzione, paragonabile a quanto è successo nel vicino Tirolo: solo che il popolo tirolese trovò una figura carismatica in grado di incanalare la ribellione

all’occupante francese (il grande Andreas Hofer), nel Veneto mancò il condottiero, non certo l’eroismo della nostra gente.

Questa resta una delle pagine più sconosciute della nostra storia, evidentemente a certi studiosi da fastidio constatare che ancora una volta i veneti si ribellano gridando “Viva San Marco!” ed innalzando le loro bandiere; ma le cifre parlano da sole e le fonti della polizia di allora parlano di ben 15.000 veneti in piazza ad Orgiano, nel basso vicentino (un numero straordinario se pensiamo all’epoca e al fatto che ci troviamo in urna delle zone meno popolate della provincia) e di intere vallate in mano ai rivoltosi (da Schio a Valdagno). La repressione fu durissima ed è significativo che si arrivò a fucilare persino un prete (don Giuseppe Marini di Carré). Una pagina della nostra storia che merita sicuramente di essere approfondita.

11 15 agosto 1811 si inaugura in Piazzetta San Marco un monumento a Napoleone opera di un modesto scultore veronese, Domenico Banti. La statua venne rimossa (o distrutta??) dal popolo veneziano inferocito nel 1814, ricomparsa nel 2002 e acquistata per circa ottocento milioni di lire con il beneplacito del Comune di Venezia. Incredibile, i rapinati omaggiano il feroce rapinatore!

Un’ultima ….amenità su Napoleone: il nostro (si fa per dire….) consigliava il figliastro di non ascoltare chi gli suggeriva di dare a Venezia un po’ più di autonomia, invitandolo, invece, a mandare “degli italiani a Venezia e dei veneziani in Italia”!! (6) Nel 1814 finisce finalmente l’epopea napoleonica nel Veneto e nell’Europa tutta; l’Austria ritorna a dominare nel Veneto e nella Lombardia.

Il 22 settembre 1814 ha inizio il Congresso di Vienna che ha l’obiettivo di riportare il continente europeo alla situazione politica precedente alla rivoluzione francese: è la Restaurazione. I lavori del Congresso, nei quali spicca la figura dello statista austriaco Mettermeli, si concludono il 9 giugno 1815.

Va ricordato che durante i lavori del Congresso il patrizio Giovanni Bembo inviò numerose petizioni alle potenze vincitrici per arrivare alla ricostituzione della Serenissima in virtù del principio di legittimità che stava passando sui tavoli del Congresso: inutilmente, però, e d’altra parte poteva un consesso di monarchi riconoscere il ruolo della Serenissima Repubblica Veneta? (7)

E così il 7 aprile 1815 l’imperatore asburgico Francesco I costituiva il regno “Lombardo-Veneto”, con un viceré che doveva risiedere sei mesi a Milano e sei mesi a Venezia, due capitali nelle quali l’impero era rappresentato da un governatore. In tutto l’Austria regnò sul Veneto per circa sessant’anni (dal 1797 al 1806, dal 1814 al 1848, dal 1849 al 1866), un periodo sicuramente importante nella storia veneta, contraddistinto da una buona amministrazione, corretta e rigorosa ma anche da una occupazione militare dura; è opinione diffusa attribuire a questo periodo quel “concetto dello stato” che caratterizza il popolo Veneto: è vero solo in minima parte; cosa sono sessant’anni di presenza austriaca di fronte al millennio della Repubblica Veneta? E’ sicuramente riconducibile alla Serenissima quel retaggio culturale che continua ad essere presente nel nostro popolo, quel rispetto delle leggi e dell’autorità che ancor oggi, pur trovandoci a far parte di uno stato che non merita tale atteggiamento, incide profondamene nel rapporto fra il Veneto e l’Italia.

La dominazione austriaca, pur essendo caratterizzata dalle logiche di ogni dominazione (e, in effetti, il regno Lombardo-Veneto contribuiva in maniera esorbitante alle entrate dell’impero), va ricordata anche per alcune opere di indubbio impatto sociale e culturale; pensiamo all’inaugurazione del ponte ferroviario che unisce Venezia alla terraferma avvenuta l’undici gennaio 1846, quale stravolgimento porta nella vita veneziana il fatto di non essere più un’isola: il continente europeo non è più isolato rispetto alla città più bella del mondo. Va anche detto che fu Milano la città preferita dal Viceré e che complessivamente Vienna privilegiò la regione lombarda rispetto alla nostra; da qui uno sviluppo economico sicuramente più marcato nella Lombardia e un progressivo impoverimento del Veneto.

Nonostante questo però il nostro popolo partecipa molto marginalmente alle congiure, alle società segrete, alla Carboneria, soprattutto se facciamo il confronto di quanto accadeva in Italia.

Questo almeno fino al 1844 quando i fratelli Attilio e Emilio Bandiera vennero fucilati presso Cosenza assieme ad altri aderenti alla società segreta “Esperia”.

Arriviamo così al 1848, l’anno delle rivoluzioni che misero a soqquadro l’intera Europa, l’anno delle speranze e dei patriottismi, ma anche l’anno delle delusioni e della fine dei sogni di tanti europei animati di sacro furore…

22 MARZO 1848 RINASCE LA REPUBBLICA VENETA

II 1848 incomincia a Venezia con l’arresto, il 18 gennaio, di Daniele Manin, avvocato veneziano, e di Nicolo Tommaseo, intellettuale dalmata.

I due vengono rinchiusi nelle carceri lungo la Riva degli Schiavoni con l’accusa di “delitto di perturbazione dell’ordine pubblico dello stato”. (8)

Rimangono in carcere fino al 17 marzo quando vengono liberati dal popolo veneziano insorto all’arrivo della notizia che anche a Vienna era scoppiata la rivoluzione; l’accelerazione che ne consegue porta D. Manin a proclamare la Repubblica Veneta il 22 marzo.

“Viva la Repubblica, viva San Marco” si sentiva in tutta Venezia.

E l’intero Veneto si ribellò all’occupante austriaco, con episodi di particolare eroismo a Vicenza e nel Cadore.

Nel giro di qualche mese, però, lo strapotere dell’esercito asburgico ebbe la meglio delle città di terraferma; rimase Venezia a tener alta la bandiera di San Marco, sola contro tutti, abbandonata a se stessa dai Savoja, dalla Francia, dall’Europa.

E Venezia dimostrò un eroismo straordinario; lo spettro della fame stava avanzando ma ancora il 2 aprile 1849 l’assemblea decise di “resistere ad ogni costo”.

Lo scrittore americano Edmond Flagg scrisse: “La storia non registra atto più di questo sublime. Esso ricorda la solennità della dichiarazione con la quale veniva affermata la indipendenza americana del 1776”. (9)

IL 13 giugno gli austriaci iniziarono il bombardamento della città, il blocco navale e terrestre isolava drammaticamente Venezia, in agosto ci furono i primi casi di colera.

II 23 agosto la capitolazione: l’onore delle armi da parte degli austriaci, l’esilio per i quaranta principali protagonisti della rivoluzione.

 

Si chiudeva una delle pagine più straordinarie della storia veneta: una rivoluzione, forse la prima rivoluzione interclassista, ove vicino alla borghesia trovavamo gli arsenalotti (gli operai dell’Arsenale), una repubblica caratterizzata da riforme innovative (pensiamo solo all’uguaglianza dei cittadini di qualunque religione).

Daniele Manin a una precisa domanda su quali erano i veri obiettivi dell’insurrezione ebbe a dire;

“Preferivamo essere una repubblica indipendente confederata con gli altri stati italiani”. E un’ode di Arnaldo Fusinato, poeta di Schio, descrive più di mille parole l’eroismo e lo sconforto dei Veneti alla caduta della loro capitale:

 

L’ULTIMA ORA DI VENEZIA

E’ fosco l’aere, il cielo è muto ed io sul tacito Veron seduto, in solitaria malinconia ti guardo e lagrimo, Venezia mia!

Sui rotti nugoli dell’occidente il raggio perdesi del sol morente, e mesto sibila per l’aria bruna l’ultimo gemito della laguna.

Passa una gondola della città:

  • Ehi, della gondola, qual novità? Il morbo infuria il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera banca!

No no, non splendere

su tanti guai, sole d’Italia, non splender mai! E sulla veneta spenta fortuna sia eterno il gemito della laguna.

Venezia! l’ultima ore è venuta; illustre martire tu sei perduta… Il morbo infuria, il pan ti manca, sul ponte sventola bandiera bianca!

Ma non le ignivome palle roventi, né i mille fulmini su te stridenti, troncan ai liberi tuoi dì lo stame… Viva Venezia! Muor di fame.

Sulle tue pagine scolpisci, o Storia, l’altrui nequizie e la sua gloria, e grida ai posteri: tre volte infame chi vuoi Venezia morta di fame!

Viva Venezia! Feroce, altiera difese intrepida la sua bandiera: ma il morbo infuria

il pan le manca… sul ponte sventola bandiera bianca!

Ed ora infragasi qui sulla pietra finch1 è ancor libera questa mia cetra; a Te, Venezia, l’ultimo canto, l’ultimo bacio, l’ultimo pianto!

Ramingo ed esule sul suoi straniero, vivrai, Venezia, nel mio pensiero, vivrai nel tempio qui del mio core come l’immagine del primo amore.

Ma il verbo sibilia ma l’onda è scura, ma tutta in gemito é la natura; le corde stridono, la voce manca…. sul ponte sventola bandiera bianca!

Venezia aveva saputo, ancora una volta, suscitare l’ammirazione dell’intera Europa e l’Austria stessa si rese conto che ben difficilmente avrebbe potuto esercitare il proprio dominio sul Veneto ancora a lungo.

 

Nel 1859 scoppia la IIA guerra d’indipendenza che vedeva da una parte l’asse Italia-Francia e dall’altra l’Austria; la guerra si conclude con la “liberazione” della Lombardia che passa ai Savoja: il Veneto rimane a far parte dell’impero asburgico. E’ interessante sottolineare come proprio nel 1859 ci sia uno scambio di lettere fra Napoleone III e l’imperatore Francesco Giuseppe nel quale si ipotizza uno “status” di

indipendenza per il Veneto sulla falsariga di quanto è stato accordato al Lussemburgo (e ancor oggi il Granducato di Lussemburgo è uno stato indipendente). (10) Due anni dopo, il 17 marzo 1861, viene proclamato a Torino il Regno d’Italia. Arriviamo al 1866, l’anno della IIIA guerra d’indipendenza, che vede il trattato italo-prussiano in funzione antiaustriaca.

Il 24 giugno l’esercito italiano viene battuto a Custoza; l’Italia tenta allora la rivincita per mare ma a Lissa, nel mar Adriatico, viene clamorosamente sconfìtta dalla marina asburgica guidata dall’ammiraglio Tegetthoff e composta in buona parte da marinai veneti che quando viene proclamata la vittoria lanciano per aria i loro berretti e gridano “Viva San Marco!” (11)

La guerra è però vinta dall’asse italo-prussiana grazie alle vittorie dell’esercito “tedesco” e il Veneto viene “passato” dagli Asburgo alla Francia affinché, dopo un regolare plebiscito, venga eventualmente “girato” all’Italia.

Invece due giorni prima delle votazioni fissate per il 21-22 ottobre 1866, in un albergo di Venezia la nostra regione viene “consegnata” agli emissari dei Savoja. Il popolo veneto viene chiamato a votare quando tutto era già stato deciso, tra mille brogli e pressioni; basti pensare che si votò con schede di colore diverso e che era obbligatorio dichiarare il proprio nome al momento del voto! (12)

Con l’arrivo dei “liberatori” italiani iniziò un periodo di miseria come mai nella nostra storia veneta, e in particolare la nuova tassa sul macinato, una vera e propria tassa sulla fame imposta dal governo italiano nel 1869 gettò le nostre comunità nella disperazione. Interi paesi furono costretti ad emigrare in cerca di fortuna, mettendosi spesso nelle mani di uomini senza scrupoli, una tragedia di dimensioni inenarrabili che ancor oggi non trova la giusta dimensione e il giusto rilievo nella società veneta: una vero e proprio tentativo di rimozione di quella tristissima esperienza fu portato avanti dal mondo della cultura, della scuola, della politica, dell’informazione.

Quando invece i veneti dovrebbero conoscere, capire il fenomeno dell’emigrazione e soprattutto rendersi conto di avere un “debito storico” nei confronti dei fratelli che sono emigrati: il relativo benessere della nostra regione è frutto anche delle rimesse di tanti emigranti e del fatto che questi, andando via, hanno permesso a coloro che sono rimasti di ripartire le scarse risorse della nostra terra in un numero notevolmente più ristretto. Per non parlare dell’orgoglio che dobbiamo provare come veneti nel vedere migliaia e migliaia di compatrioti che hanno saputo conquistarsi la stima e l’affetto in tutte le parti del mondo, grazie alla loro capacità di adattamento, alla loro laboriosità, alla loro intraprendenza, alla loro onestà.

E il grande poeta veronese Berto Barbarani con versi di struggente intensità descrive tutta la disperazione del nostro popolo:

 

I VA IN MERICA

Fulminadi da un fraco de tempesta, l’erba dei prè par ‘na metà passìa, brusà le vigne da la malatia che no lassa i vilani mai de pésta;

ipotecado tuto quel che resta, col tormento che vai ‘na carestia, ogni paese el g’à la so angonia e le fameie un pelagroso a testa!

Crepa la vaca che dasea el formaio, morta la dona a partor ‘na fiola, protesta le cambiale dal notaio,

una festa, seradi a l’ostaria,

co un gran pugno batù sora la tola:

“Porca Italia” i bastiema: “andemo via!”

E i se conta in fra tuti. – In quanti sio? Apena diese, che poi far strapasso; el resto done co i putini in brasso, el resto, veci e puteleti a drio.

Ma a star qua, no se magna no, par dio, bisognare pur farlo sto gran passo, se l’inverno el ne capita col giasso, pori nualtri, el ghe ne fa un desìo!

Drento l’Otobre, carghi de fagoti, dopo aver dito mal de tuti i siori,

dopo aver fusi là tri quatro goti;

co la testa sbarlota imbriagada, i se da du struconi in tra de lori, e tontonando i ciapa su la strada!

Ettore Beggiato

 

1 ) A. Geatti – “II trattato di Campoformido tra Napoleone Bonaparte e l’Austria –

17 ottobre 1797” – Arti Grafiche Friulane – Tavagnacco 1997 pag. 69

  • Lembo “Le Pasque veronesi” – Lonigo 1997 – pag. 3
  • Vv. – “Al tocco di campana generale 1797-1997” – Comunità Montana di
    Valle Sabbia – Nozza di Vestone (Bs) – 1997
  • Da Mosto – “Domenico Pizzamano un uomo di mare veneziano contro
    Napoleone” – Editoria Universitaria – Venezia 1997
  • Vv. – “Storia della civiltà veneziana” – Sansoni Editore – Firenze 1979
  • Zorzi – “Venezia austriaca 1798-1866” – Editori Laterza 1985 – pag. 32
  • Vv “II Veneto austriaco 1814-1866” – Cassamarca – 2000 – pag. 13
  • Galletto – “Fine e rinascita della Repubblica di San Marco (1797-1848)” – G.
    Battagin Editore 1997
  • Galletto – “La vita di Daniele Manin e l’epopea veneziana del 1848-49” – G.
    Battagin Editore 1999
  • Beggiato nel sito www.cronologia.it anno 1859
  • Beggiato “Lissa, l’ultima vittoria della Serenissima” – Il Cerchio 2012
  • Beggiato ” 1866: la grande truffa. Il plebiscito di annessione del Veneto
    all’Italia” – Editoria Universitaria – Venezia 1999.

   di Marco Dal Bon